Il gioco della fiamma nera

Capitoli 8 - 13

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  1. KungFuTzo
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    «Davvero pensi che Lina stia bene?» chiese Luigi che era rimasto l’unico nel castello a non sapere cosa stava accadendo in realtà, la sua ingenuità era quasi tenera e Riccardo stava solo aspettando il momento adatto per agire.
    «Ne sono sicuro. È anche possibile anche che Mattia le abbia fatto uno scherzo.»
    «Non mi sembra un tipo molto scherzoso.»
    Riccardo alzò le spalle. «Diciamo che ha i suoi momenti. Però in generale hai ragione, è troppo serio.»
    Erano negli appartamenti di Aburius e stavano camminando nella camera da letto principale del signore. Il letto era esageratamente grande con un baldacchino in legno che sembrava un intrecciato roseto pieno di spine. La stanza era piena di arazzi e affreschi che rappresentavano riti e scene con esseri demoniaci. Luigi si avvicinò alla parete e passò una mano sul muro cercando di pulire dalla muffa un dipinto che lo incuriosiva, lo illuminò con la torcia e fece un passo indietro.
    «Cosa rappresenta questa cosa?» chiese al compagno che si avvicinò lentamente.
    Si trattava di un affresco in cui un uomo era al cospetto di un essere luminoso bianco e azzurro, si trattava di un mostro alto almeno tre volte l’uomo, ma i due sembravano amici. «So di averlo già detto, ma quell’Aburius non stava tanto bene.»
    «Questo rappresenta l’incontro con Kadreal. O almeno, quello che si era immaginato Aburius.»
    «Che si era immaginato?»
    «Purtroppo non riuscì mai a evocarlo. Gli abitanti del villaggio lo interruppero prima dell’arrivo dell’Antico.»
    «Anche questo era scritto nella biblioteca?»
    «Non tutto, nei suoi diari c’era scritto che avrebbe provato a fare il rituale ultimo per chiamare Kadreal ed è la sua ultima annotazione.»
    «Ne parli come se ti dispiacesse.»
    «Tu non saresti curioso?»
    «Curioso di chiamare un essere luminoso altro sei metri?»
    «Un essere che ha tutte le risposte.»
    «Io non ho tante domande.» rispose semplicemente Luigi iniziando a perdere interesse nel dipinto. «Inoltre chi ti dice che quell’essere voglia condividere le risposte con te?»
    «Noi lo abbiamo evocato seguendo le sue istruzioni, certo che condividerà la sua conoscenza con noi.»
    «Sarà…» Luigi si allontanò a andò verso la porta. «Qui non ci sono, andiamo negli appartamenti centrali.»
    I due uscirono dalla camera e camminarono lungo il corridoio illuminandolo con le torce. Ad un certo punto Luigi puntò il fascio verso il pavimento e vide qualcosa di scuro sul pavimento, la macchia catturò subito la sua attenzione e il ragazzo si allontanò dal compagno. Più si avvicinava e più gli sembrava sangue, ma non voleva crederlo. Arrivò a pochi centimetri e si chinò allungando la mano. Alla fine capì che si trattava proprio di sangue, lo toccò con l’indice e vide che era fresco, una strisciata che percorreva il corridoio fino alle scale partendo da una stanza. Sentì la bocca diventare secca e cercò di deglutire a forza, il cuore aveva iniziato a battere molto velocemente e le grida di Lina acquisirono subito un nuovo significato.
    «Riccardo, questo è sangue.»
    Il punk aveva capito che era arrivato il momento, non poteva più tergiversare, doveva agire. Tirò fuori il suo coltello e si avvicinò al ragazzo tirandogli un calcio da dietro. Luigi cadde in terra finendo di petto sul sangue e mise le mani in avanti per cercare di non finire completamente nella pozza, i palmi slittarono sul liquido che si stava già coagulando Riccardo gli si mise sopra schiacciandogli la faccia sul pavimento. Sentì un conato di vomito salirgli in gola quando avvertì il sangue freddo e appiccicoso che gli bagnava la guancia.
    «Mi dispiace Luigi, mi sei anche simpatico, ma devo farlo.»
    «Cosa stai facendo? Lasciami andare.» gridò Luigi che aveva difficoltà a parlare normalmente. Il ragazzo gli stava a cavalcioni sulla schiena inchiodandolo a terra e non aveva bisogno di tenergli ferme le braccia perché in quella posizione Luigi non riusciva a fare forza.
    «Kadreal, lo faccio nel tuo nome.» disse Riccardo alzando il coltello pronto a pugnalare il giovane che stava tentando di scrollarselo di dosso senza risultato.
    «No, ti prego, lasciami. Non farmi del male, ti supplico.»
    Il giovane rimase con il pugnale in aria per qualche secondo esitando, non si era aspettato che potesse essere così difficile, ma non poteva fermarsi e urlò per cercare di farsi coraggio e trovare la forza di fare quello che doveva fare. Si preparò ad affondare il coltello alla base del collo del ragazzo che era sotto di lui, ma non si accorse che la sua voce stava coprendo quella di Rebecca che stava correndo nella loro direzione gridando. La ragazza li raggiunse e si lanciò contro Riccardo per liberare il fratellastro. I due rotolarono in terra e Riccardo perse la sua arma completamente preso alla sprovvista.
    Luigi riuscì ad alzarsi e rimase per un secondo intero a guardarsi il ventre ricoperto di sangue dei suoi amici, sentiva il bisogno di dare di stomaco, ma appena vide che sua sorella era ancora tra le braccia del maniaco, si riprese scuotendo la testa e urlò tirando un calcio a Riccardo. Lo colpì al ventre e il giovane cadde di lato tossendo, Luigi prese la mano di Rebecca e i due corsero per allontanarsi da Riccardo che continuava a rotolarsi in terra dal dolore.
    «Non in quella direzione.» gridò Rebecca tirando Luigi. «Stanno arrivando gli altri.»
    «Altri?»
    «Corri!»
    I due scapparono andando verso gli appartamenti della signora e appena arrivarono in una stanza centrale, chiusero le tre porte d’accesso bloccandole con delle sedie.
    «Cosa cazzo sta succedendo?» chiese Luigi urlando mentre continuava ad andare avanti e indietro.
    «Cerca di calmarti, non serve a nulla farsi prendere un fottuto attacco di panico adesso.» Rebecca gli prese le mani e le strinse per costringerlo a guardarla. «Respira. Fai respiri profondi e guardami. Ho bisogno di te per uscire da qui.»
    «Cosa sta succedendo Rebecca?» il ragazzo aveva gli occhi pieni di lacrime e la voce gli si stava rompendo.
    «Quei cinque sono completamente pazzi, ci hanno attirati qui per fare non so quale rituale. Vogliono risvegliare un demone.»
    «Kadreal.» sussurrò il fratello ricordandosi le parole di Riccardo.
    «Quello che è. Ho paura che abbiano ucciso Amanda e Lina, e noi saremo i prossimi se non riusciamo a scappare da qui.»
    «Cosa? Amanda e Lina sono morte?»
    «Mattia e Caterina erano coperti di sangue e avevano… lasciamo stare.»
    «E Antonio?»
    «Ho sentito dire a Giulio che Antonio è ancora vivo, credo che lo tenga nella biblioteca.»
    «Cazzo. Come facciamo ad andarcene da qui?»
    La ragazza cercò la risposta velocemente, ma ogni scenario che immaginava portava alla loro morte, erano in inferiorità numerica e i cinque avevano il vantaggio di conoscere bene quel posto maledetto. Era probabile che avessero bloccato le uscite quindi anche se fossero riusciti ad aggirarli tornando da dove erano entrati, si sarebbero solo trovati in trappola al piano terra. No, avevano bisogno di un piano diverso. Qualcosa che permettesse loro di scappare senza far capire al gruppo di psicopatici che erano già fuori dal castello, così da avere un po’ di vantaggio.
    «Non possiamo uscire adesso per cercare di raggiungere le scale. Siamo cinque contro due, potrebbero circondarci come vogliono. Dobbiamo trovare una strada alternativa.» disse a voce alta più per ragionare con se stessa che per parlare con suo fratello.
    «Quindi cosa suggerisci?»
    Sapeva che non sarebbe servito a nulla, ma prese il suo cellulare e guardò se c’era campo, appena vide Rebecca fare in quel modo, Luigi sorrise e la imitò.
    «Possiamo provare a chiamare aiuto. Anche se non c’è campo, le chiamate d’emergenza dovrebbero funzionare.»
    «Ne dubito. La chiamata parte solo se c’è copertura di un qualunque gestore. Non avrebbero rischiato di lasciarci i cellulari altrimenti.»
    «Cazzo.»
    «Ragioniamo, ci deve essere un modo. Giulio ha detto che hanno tempo fino a mezza notte. Sono le undici e mezzo, più ci avvicineremo alle dodici, più diventeranno imprudenti.»
    «E più pericolosi. Non possiamo affrontarli Rebecca. Dobbiamo scappare.»
    «Come? Se hai una brillante idea ti prego di illustrarmela.» gridò la sorella abbassando il cellulare su cui aveva acceso la torcia per rimpiazzare quelle che avevano perso. Luigi non si aspettava di vederla senza un piano e rimase in silenzio.
    «Proviamo a raggiungere una stanza con una finestra. Magari riusciamo a calarci fuori.»
    «A quale scopo? Non potremmo certo raggiungere il terreno annodando le lenzuola.»
    «No, ma magari riusciamo ad arrivare a un’altra finestra.»
    L’idea era disperata, ma non era niente male. Se avessero raggiunto una finestra del piano di sotto forse sarebbero riusciti a passare inosservati, con un po’ di fortuna non si sarebbero accorti che erano già al piano di sotto e si sarebbero ritrovati ad affrontare solo Giulio.
    «Ok.» disse alla fine annuendo. «Continuiamo in quella direzione.»
    «Seguiamo le tracce di sangue?»
    «Credo che là ci sia la torre, se non troviamo un modo per uscire dalla finestra potremmo provare a salire sul tetto.»
    «Ok, mi piace come ragioni. Andiamo.»
    I quattro erano arrivati alla porta da cui erano entrati i fuggitivi e avevano iniziato a cercare di buttarla giù, già alla seconda spallata la maniglia si era rotta rendendo la sedia sotto praticamente inutile, ma quando fecero irruzione, i due erano già scappati. Stavano continuando a correre ed entrarono nella camera principale della signora, c’era un solo ingresso che era opposto a una grandissima vetrata che immetteva in un bellissimo terrazzo panoramico. La quantità di sangue aumentava avvicinandosi alla finestra e i due fratelli si guardarono dopo aver bloccato la porta spostando un vecchio canterano di legno molto pesante. Camminavano molto lentamente seguendo la direzione della traccia di sangue e si presero per mano. Tutto dentro gli urlava di non guardare fuori, ma dovevano uscire per cercare una via di fuga, quindi andarono avanti. Sul pavimento del terrazzo c’era una pozza rossa che si stava coagulando velocemente a causa del vento, la quantità era veramente troppa.
    «Qui hanno ucciso qualcuno.» sussurrò Rebecca cercando di mandare giù un conato. Suo fratello non fu altrettanto forte e corse fino alla ringhiera per vomitare di sotto.
    Qualcuno arrivò alla porta e la colpì con violenza per aprirla, ma il mobile che avevano messo davanti era troppo pesante perché potessero spostarlo con delle spallate.
    «Si sono chiusi qui dentro.» urlò Mattia richiamando gli altri.
    «Si sono messi in trappola da soli.»
    Rebecca capì che era solo questione di tempo prima che il gruppetto riuscisse a fare irruzione anche in quella stanza, dovevano trovare una via di fuga alla svelta. Guardò il terrazzo e vide che dava su uno strapiombo sulla scogliera, non c’era alcuna possibilità di raggiungere il terreno, ma quello lo sapevano già. Si voltò per guardare il muro, ma non trovò nessun appiglio, nessuna roccia abbastanza sconnessa da permettere un’arrampicata. Tutte le loro speranze morirono in meno di un minuto e Luigi impallidì.
    «Non può finire così. Deve esserci un modo.» disse passandosi una mano tra i capelli. Rebecca non rispose, stava continuando a pensare e il suo cervello cercava una risposta che probabilmente non esisteva.
    «E se provassimo a saltare?» chiese il ragazzo dopo qualche secondo di silenzio rotto solo dalle urla dei ragazzi che tentavano di entrare e il rumore del mare che sbatteva sulla dura roccia.
    «Cosa?»
    «Sì, prendiamo il tempo per beccare l’onda e ci lasciamo cadere in acqua.»
    «Ma sei cretino?»
    «Perché?»
    «Prima di tutto non sappiamo quanto sia profonda, rischiamo di trovarci tre metri e spiaccicarci sul fondale. Poi da questa altezza, anche se tu arrivassi vivo fino al mare, e dubito che non ci venga un infarto prima, avremo preso una velocità tale da non permettere all’acqua di farci posto.»
    «Cosa cazzo vuol dire?» chiese arrabbiato. Odiava quando sua sorella parlava in modo che sapeva lui non avrebbe capito.
    «Vuol dire che da questa altezza, non cambia niente se ti lanci nel mare o su un pavimento di cemento. L’acqua ha bisogno di tempo affinché il liquido si sposti quando un corpo arriva. Se non le dai quel tempo si comporta quasi come un solido.»
    «Ma se mi lancio a candela? Nei film…»
    «Porca puttana Luigi, nei film le persone fanno stronzate impossibili, qui siamo nella realtà e se ti lanci a candela l’unica cosa che cambia è che inizi a sfracellarti dai piedi.»
    «Allora cosa facciamo?»
    Rebecca fissò le mura del castello che andavano verso l’alto e vide che la torre era proprio a pochi metri, era strano che non ci fosse un ingresso dalla camera. Rientrò nella stanza e fissò la parete dietro cui ci doveva essere la torre. Era quasi completamente occupata da una serie di librerie e la ragazza sorrise.
    «C’è qualcosa che non va in questa stanza. Dammi una mano.» disse andando verso il mobile per togliere tutti i libri dagli scaffali.
    «Cosa stai facendo?»
    «Per una volta, dammi retta senza fare domande.»
    Dietro di loro i ragazzi stavano continuando a colpire la porta con qualcosa, Mattia era andato a prendere una delle armi delle vecchie armature rimaste nel castello e stava tirando fendenti per distruggere il legno.
    «Stanno per entrare. Sbrigati.»
    I due fratelli continuarono a togliere i libri finché Luigi non ne trovò uno che faceva resistenza e tirò con più forza, vide che era attaccato al fondo con un gancio metallico e quando riuscì a sbloccarlo, sentirono un rumore sordo mentre una delle librerie si apriva come una porta rivelando un passaggio segreto. Senza perdere tempo, Rebecca rimise alcuni libri al loro posto.
    «Cosa stai facendo. Dobbiamo andare.»
    «Se non rimettiamo i libri a loro posto, quando entreranno qui capiranno tutto e non avremo nemmeno un paio di minuti di vantaggio.»
    Luigi annuì, era eccezionale come il cervello della ragazza funzionasse tanto lucidamente anche in una situazione estrema come quella. Si mise ad aiutare la sorella e dopo poco entrarono nel passaggio segreto richiudendo la porta alle loro spalle. Si ritrovarono in una piccolissima stanzetta piena di polvere e ragnatele che immetteva su una stretta scala a chiocciola che si arrotolava lungo il corpo centrale della torre oppure in un corridoio che costeggiava le stanze degli appartamenti.
    Dovevano solo decidere dove andare.

    9



    Mattia stava continuando a tirare fendenti alla porta senza fermarsi nemmeno a riprendere fiato, il legno aveva cercato di opporre resistenza, ma dopo un po’ aveva iniziato a cedere e delle schegge volarono in terra a ogni colpo. Alina lo incitava e Caterina rideva eccitata mentre Riccardo continuava a tenersi la pancia che ancora gli bruciava per il calcio di Luigi.
    «Si sono messi in trappola da soli. Alla fine Rebecca non è poi così intelligente.» disse Alina con un sorriso. «Ricordatevi, lei è mia e Luigi è di Riccardo. È necessario che gli organi vengano presi da noi.»
    Mattia aveva iniziato a darsi forza nello slancio con un urlo che sembrava più un ruggito a tratti e la porta dette seri segni di cedimento.
    «Un altro po’ e siamo dentro. Forza Mattia.» gridò Caterina saltando sul posto. Il suo aspetto era un ossimoro vivente: il sangue che la ricopriva la faceva apparire come un mostro, ma il suo sorriso e gli occhi brillanti da bimba il giorno della vigilia di Natale, creavano un contrasto molto forte.
    Il ragazzo continuò a colpire e un grande blocco della porta cadde sul pavimento, sorrise e passò l’alabarda a Riccardo per avvicinarsi. «Hanno messo un mobile davanti alla porta. Togliamo anche questi pezzi di legno e poi spostiamolo. Probabilmente cercheranno di colpirci in quel momento, ma siamo quattro contro due. Dobbiamo fare in fretta.»
    I suoi amici annuirono e lo aiutarono a scardinare quello che era rimasto della porta e spinsero il canterano facendolo cadere in terra. Il rumore del mobile che crollava rimbalzò in ogni stanza del castello come un tuono lontano e i quattro entrarono nella stanza sventolando i loro coltelli. Avevano tutti dei sorrisi più simili a ghigni, ma quando si resero conto che non c’era nessuno, le loro espressioni sbiadirono.
    «Dove cazzo sono?» chiese Riccardo.
    «Controllate fuori. Attenti alle trappole, quella Rebecca è un vero serpente.»
    Caterina e Mattia camminarono fino alla finestra del terrazzo e si guardarono a destra e a sinistra. Sembrava che non ci fosse nessuno, ma non si sentivano sicuri, avevano paura che i due li stessero aspettando nascosti solo per attaccarli di sorpresa.
    «Rebecca? Luigi?» chiamò Caterina con una vocetta acuta. «Venite fuori, questo gioco non serve a niente.»
    Alina e Riccardo continuarono a guardare all’interno della stanza; il ragazzo si distese per guardare sotto il letto mentre la giovane apriva gli armadi.
    «Niente. Puff. Sono svaniti.» disse Mattia rientrando. Si era aspettato di trovarli con le spalle al muro, spaventati come dei cuccioli smarriti, ma invece li avevano lasciati con un palmo di naso sparendo nel nulla.
    «Aspettate, ragioniamo.» iniziò Caterina «Erano qui, li abbiamo sentiti tutti.»
    «Sì.»
    «Quindi o sono riusciti a scappare o si sono nascosti.»
    «Abbiamo guardato ovunque, non sono nascosti qui dentro.»
    «Allora sono scappati da qualche parte.»
    «Dove? Questa stanza ha solo un’uscita ed è da dove siamo entrati noi.»
    «Dite che hanno provato a lanciarsi?» chiese alla fine Riccardo.
    I quattro si scambiarono uno sguardo preoccupato e corsero alla ringhiera del terrazzo affacciandosi sulla scogliera.
    «Cazzo.» sussurrò Mattia.
    «Fermi tutti.» Alina si mise in ginocchio e controllò la pozza di sangue. Qualcuno l’aveva pestata e aveva lasciato delle orme che andavano verso la stanza. «Queste sono vostre?» chiese a Mattia e Caterina che si guardarono sotto le scarpe per vedere se erano macchiate.
    «No.» rispose il ragazzo con un sorriso che gli si allargava in volto in stile “Grinch”.
    Il gruppo ritornò nella camera seguendo le orme insanguinate e videro che si interrompevano improvvisamente contro la libreria.
    «Un altro passaggio segreto.» disse Riccardo.
    «Brutto serpente. Come cazzo l’ha capito?» sussurrò Alina. «Devono essere i libri. Togliamoli.»
    La giovane si avventò su quei vecchi tomi lanciandoli in terra con disprezzo, non riusciva a sopportare che quella ragazza fosse riuscita a batterla per ben due volte, e con tanta facilità.
    Dopo pochi minuti trovarono anche loro il libro collegato alla parete che azionava il meccanismo per aprire la porta nascosta e corsero dentro senza perdere tempo ad esultare. Purtroppo le tracce di sangue finivano lì e non potevano sapere dove fossero andati i due fuggitivi.
    «Caterina e Riccardo, andate da quella parte, io scendo, tu Mattia vai al piano di sopra. Ricordatevi di non colpire Rebecca alla testa, il cervello deve essere integro.»
    Il gruppo si divise. Ognuno prese la strada che aveva detto Alina e quattro fasci di luce si allontanarono dalla porta della camera.
    «Com’è stato uccidere Amanda?» chiese Riccardo alla cugina mentre proseguivano in fila indiana nello stretto corridoio segreto che passava a fianco degli appartamenti degli ospiti.
    «Non so come descrivertelo cugi, è stato estremo. Mi dispiaceva per Amanda, alla fine era una ragazza dolcissima, ma lo stiamo facendo per un bene superiore, doveva essere fatto. Quando ho capito questo sono riuscita a farlo ed è stata la cosa più travolgente che abbia mai… Ho sentito il cuore nelle mie mani, gliel’ho strappato dal petto. Ric è stato incredibile. Non mi sono mai sentita così viva come in quel momento. Ho ancora i brividi a pensarci.»
    Il ragazzo osservava Caterina con ammirazione, all’inizio di quella storia era convinto che lei sarebbe stata quella che avrebbe incontrato più problemi in assoluto, invece aveva sorpreso tutti portando a termine il suo compito con velocità ed efficienza perfetta. Rimasero in silenzio per il resto del tragitto e alla fine del corridoio, dopo tre angoli stretti, trovarono un’altra porta.
    «Come l’apriamo?»
    Caterina era davanti e provò a spingerla semplicemente, ma quella non si mosse di un solo millimetro. Guardarono ai lati e videro che c’era una leva sulla sinistra. Caterina sorrise e la illuminò con la torcia.
    «Tira la leva, Kronk.» disse cercando di imitare la voce di Yzma del film “Le follie dell’imperatore”.
    Il cugino sorrise e afferrò la leva tirando verso il basso, la porta si aprì subito e la ragazza la spalancò. Erano arrivati nella stanza da letto di Aburius e uscirono dal passaggio segreto cercando qualche segno dei due nerd.
    «Hai capito Aburius? Voleva una strada lontana da occhi indiscreti per poter raggiungere le sue donne.»
    «Furbo, almeno poteva entrare quando voleva.»
    Riccardo si allontanò e guardò la stanza. Sembrava che non fosse passato nessuno da quando erano usciti lui e Luigi, ma non poteva dirlo con certezza. Spostò lo sguardo incontrando quello della cugina e alzarono tutti e due le spalle.
    «Andiamo alle scale, se fossi in Rebecca io proverei a raggiungere l’uscita.»
    «C’è anche Antonio.»
    «Che comunque è al piano di sotto.»
    «Ok, mi hai convinto. Andiamo.»
    Mattia stava salendo le scale, continuava a guardare l’ora sul cellulare sentendo aumentare l’ansia, avevano tempo fino a mezzanotte e ormai mancava solo un quarto d’ora. Alina e Riccardo stavano mandando tutto all’aria.
    «L’avevo detto.» ripeté in un sussurro che somigliava a un ringhio. «L’avevo detto che era meglio se mi occupavo io di Rebecca, ma no, loro volevano far scegliere al caso. E ora sta andando tutto a puttane. Imbecilli.»
    Le scale lo condussero all’ultimo piano in una stanzetta che non avevano mai esplorato, c’era una porta chiusa da un meccanismo a leva simile a quello che li aveva condotti lì dentro e appena aprì si ritrovò nel salone diroccato senza tetto in cui erano stati più volte. Si trattava di una stanza che ospitava i dormitori della servitù e non c’era praticamente nulla, Aburius non era famoso per aver trattato bene il suo personale. Mattia decise comunque di controllare, ma riteneva improbabile che i due si fossero nascosti da qualche parte, era sicuro che se fossero usciti da quella porta, ormai fossero già sulle scale. Iniziò camminando lungo il perimetro della stanza e aprì tutti gli armadi in cui si sarebbero potuti rintanare.
    Alina scendeva le scale ancheggiando, non c’era nessuno a guardarla, era il suo modo naturale di camminare ormai. Si fermò un attimo chiudendo gli occhi e respirò a pieni polmoni riuscendo a percepire una leggerissima traccia del profumo della ragazza, sorrise alzando le sopracciglia e scese aumentando la velocità. Si stava avvicinando e doveva essere pronta a finire quello che aveva iniziato, sfoderò il suo pugnale e strinse la presa fino a sentire male.
    Luigi e Rebecca erano arrivati alla fine della scalinata e avevano aperto la porta ritrovandosi vicini al colonnato della stanza centrale. Dovevano essere silenziosi perché Giulio poteva essere ovunque, ma dovevano anche sbrigarsi perché non sapevano quanto tempo avessero prima che Alina e gli altri trovassero la porta nascosta. Rebecca strinse la mano del fratellastro e camminò nel salone dirigendosi verso le scale, dopo pochi passi sentì che Luigi si era fermato.
    «Ti vuoi muovere?» chiese sussurrando verso il ragazzo che stava fissando un punto della stanza. Rebecca spostò lo sguardo e vide che Giulio aveva lasciato Antonio da solo nel salone vicino al calderone che ribolliva, tutto intorno era pieno di scorpioni e serpenti che si muovevano vicino al ragazzo legato. Antonio si era risvegliato, ma Giulio lo aveva legato e imbavagliato per non dover sentire le sue continue richieste di pietà che lo distraevano. Luigi sorrise e fece per camminare in quella direzione, ma la sorella lo strattonò.
    «Cosa?»
    «Credo che sia una trappola.»
    «Come?»
    «Dai, l’ha lasciato in bella vista da solo. È solo un’esca.»
    «E cosa consigli di fare? Andarcene via lasciandolo lì a morire?»
    «E tu cosa consigli di fare invece? Andare da lui e farci catturare da quegli psicopatici? Se andiamo da lui e ci catturano non lo possiamo aiutare e ci uccideranno, se andiamo via possiamo chiamare aiuto, magari non faranno in tempo, ma noi ci salveremo. Cos’è più logico?»
    «Non è sempre una questione di logica Rebecca.» rispose il ragazzo lasciando la mano della sorella e girandosi.
    «Cazzo Luigi, sì che è sempre questione di logica.» disse imprecando contro il giovane che si stava allontanando lentamente. Si voltò per guardare le scale che scendevano nell’oscurità e che potevano portare alla libertà, poi si rigirò per osservare il fratellastro che stava cercando di raggiungere il ragazzo disteso a terra. Antonio stava piangendo e anche se non poteva sentire i suoi singhiozzi a causa del bavaglio, Rebecca capì che non poteva lasciarlo lì a morire, non sarebbe stata poi tanto diversa da quei ragazzi che li avevano portati in quel castello. Guardò ancora le scale e poi si voltò di scatto per andare da Luigi che era a pochi metri di distanza, gli prese la mano e non lo guardò in viso, ma sapeva che il ragazzo stava sorridendo. Controllarono a destra e a sinistra per cercare traccia di Giulio, ma il ragazzo sembrava sparito dalla faccia della terra. Appena i due misero piede oltre la linea delle colonne, uno stormo di corvi iniziò a gracchiare mentre svolazzava in giro per la stanza e molti serpenti si avvicinarono. Luigi strinse la mano della sorella, ma andò avanti.
    I sibili dei serpenti e il rumore degli uccelli si spartivano la scena con il suono delle fiamme nere che scoppiettavano al centro della stanza. Luigi rimase fermo ad osservare quello strano fuoco, ma Rebecca sapeva che non potevano permettersi di provare meraviglia in quel momento, dovevano arrivare da Antonio, liberarlo e scappare da quel manicomio.
    In qualche modo riuscirono a superare gli animali che continuavano a fissarli ostili e raggiunsero il ragazzo in terra.
    «Antonio. Amico, ora ti liberiamo.» Luigi si mise in ginocchio e gli tolse il bavaglio.
    «Luigi, Rebecca. Scappate, quei pazzi vogliono uccidervi.»
    «Lo sappiamo, Lina e Amanda sono già morte.» rispose Rebecca guardando i nodi delle corde. Non era mai stata brava in quelle cose e lasciò che il fratello provasse a slegare l’amico.
    «Dovete fuggire finché potete.»
    «Risparmia il fiato Antonio, appena ti avremo slegato dovremo correre.»
    «Ma come cazzo hanno fatto questi nodi, non riesco a scioglierli.»
    «Sono nodi parlati, me li hanno insegnati negli scout.» la voce di Giulio suonò quasi odiosa alle orecchie del trio, sembrava così a suo agio in quella situazione. Era in piedi vicino alle colonne con le braccia incrociate sul petto. «Forse avresti bisogno di un coltello.» disse con un sorriso mentre estraeva il suo pugnale.
    «Lasciaci andare Giulio, ormai siete in ritardo, non ce la farete mai per mezzanotte.» disse Rebecca alzandosi e mettendosi davanti al fratello che continuava a cercare di sciogliere i nodi che tenevano bloccato Antonio.
    Giulio guardò l’orologio lentamente e poi alzò le braccia. «Mancano ancora dieci minuti, può succedere di tutto in dieci minuti.»
    Appena disse quella frase i tre sentirono qualcosa sibilare nell’aria, un suono diverso da quello dei serpenti e Rebecca provò un bruciore acuto al petto, abbassò lo sguardo e vide che aveva un pugnale conficcato nello sterno. Provò ad aprire la bocca ma le uscì solo del sangue. Sentì che le mancarono le forze, ma prima di cadere rialzò lo sguardo verso le scale dove vide Alina con la mano ancora in posizione dopo aver lanciato il coltello. L’aveva presa dritta al cuore e sapeva che aveva solo pochi secondi. Cadde sulle ginocchia e andò indietro trovando le braccia del fratello che le bloccò la caduta.
    «No Rebecca. No.»
    «Scappa.» disse con un filo di voce prima di chiudere gli occhi per sempre. Tutta la sua intelligenza non era riuscita a salvarla, il suo cuore l’aveva tradita. Forse se avesse costretto il fratello a lasciare Antonio dov’era, sarebbe stata ancora viva, ma ormai non contava più nulla.
    «È finita Luigi. Arrenditi.»
    Il ragazzo stava piangendo sul corpo ancora caldo della sorellastra, alzò lo sguardo e gridò ai due senza dire nulla. Cercò il coraggio di fare quello che andava fatto e afferrò il coltello che spuntava dal petto di Rebecca, lo estrasse e iniziò a tagliare le corde di Antonio. I ragazzi non si erano aspettati una reazione tanto immediata e presero ad avvicinarsi.
    Antonio si ritrovò libero dopo pochi secondi e si alzò stando dietro a Luigi che brandiva il coltello che aveva ucciso sua sorella come se fosse la loro unica protezione. I due psicopatici continuavano ad avvicinarsi e i ragazzi non sapevano cosa fare, indietreggiarono ma non avevano nessuna via di fuga. Improvvisamente ad Antonio venne un’idea.
    «Gli servo vivo fino a mezzanotte.» sussurrò all’amico.
    «Cosa?»
    «Prendimi in ostaggio e minaccia di tagliarmi la gola se non si spostano.»
    «Cosa vi state dicendo? Avete un brillante piano per riuscire a scappare?»
    Luigi non capiva, ma non aveva nessun’altra idea, quindi mise un braccio intorno ad Antonio e gli puntò il coltello alla gola. I due non si aspettavano quella mossa e si bloccarono in mezzo alla stanza.
    «Cosa stai facendo?»
    «Lasciateci passare.»
    «Oppure?»
    «Lo sgozzo qui, ora, e potrete dire addio al vostro fottuto rituale.»
    Giulio iniziò a ridere e Alina gli andò dietro dopo un secondo d’incertezza, la figura del ragazzo che minacciava l’amico era estremamente ridicola.
    «Non so perché, ma non credo che ne saresti capace.»
    «Non sto scherzando.»
    «Non credo che tu stia scherzando, ma il trucco di un bluff credibile sta nel fare qualcosa di… beh verosimile.»
    Con un gesto veloce, Luigi fece un taglio alla gola di Antonio che gridò più per la sorpresa che per il dolore, era praticamente un graffio, ma del sangue gli colò sulla maglietta e Giulio impallidì fermando con la mano Alina che aveva ripreso a camminare.
    «Adesso è verosimile, figlio di puttana?»
    Giulio rimase in silenzio e Luigi capì che erano in un’impasse, iniziò ad avanzare tenendo Antonio stretto con il coltello che premeva sulla pelle stando attento a non tagliarlo ancora. Ad ogni suo passo in avanti, Giulio ne faceva uno indietro e allora Luigi cominciò a girare, non poteva dare le spalle al suo nemico, quindi camminò all’indietro per raggiungere le scale senza togliere gli occhi di dosso al ragazzo e ad Alina che aveva il viso trasformato in una maschera di rabbia.
    Per un attimo sentirono di avercela fatta ed ebbero l’illusione di poter scappare da quell’incubo, ma Luigi si fermò improvvisamente e Antonio vide un ghigno illuminare il volto di Giulio. Sentì la presa dell’amico farsi sempre meno forte e alla fine il braccio smise di tenerlo, quindi si voltò a guardarlo e vide i suoi occhi sbarrati. Sulle scale c’erano Mattia e Caterina che stavano appoggiati al corrimano e spostandosi vide finalmente Riccardo che aveva accoltellato Luigi alle spalle prendendolo dietro al collo.
    «Molto bene, siamo leggermente in ritardo sulla tabella di marcia.» iniziò Giulio ignorando il mondo che crollava sotto i piedi di Antonio. Gli andò incontro approfittando del fatto che era ancora sconvolto, e riprese mettendogli una mano sulla spalla. «Alina, prendi il cervello di Rebecca. Ragazzi, recuperate i due cadaveri su di sopra. Riccardo, smetti di giocare, finiscilo e prendi la lingua. Tu invece ragazzone, tu vieni con me.»

    10



    Quando portarono i corpi in posizione sui vertici del pentacolo al centro della stanza era quasi mezzanotte, ce l’avevano fatta per un pelo, ma ce l’avevano fatta e sui loro volti si poteva leggere la soddisfazione e la felicità. L’odore dell’incenso era fortissimo e dava quasi la nausea, il rumore all’interno della stanza rendeva tutto caotico e gli animali spettrali che la riempivano avevano iniziato ad agitarsi. Appena fu vicina la mezzanotte e i corpi furono nel posto giusto, un fulmine illuminò il cielo squarciando la notte e iniziò un acquazzone. Il suono della pioggia si andò ad unire a tutto il resto e l’orchestra fu al completo.
    Antonio era stato nuovamente legato e imbavagliato affinché non potesse disturbare il rito, continuava a fissare i cadaveri dei suoi amici che giacevano ai piedi di loro assassini. I punk tenevano in alto l’organo che avevano recuperato e i loro occhi erano acciecati dalla loro fede fanatica.
    «Questa sera la terra sarà testimone della rinascita di un antico. I suoi piedi ancestrali torneranno a calpestare la polvere di questo piano e Kadreal sarà qui in mezzo a noi per una notte. Ci guiderà verso il nuovo scalino dell’evoluzione umana. Questa sera noi cinque diventeremo i discepoli di Kadreal.»
    «Viva Kadreal.» ripeterono in coro i quattro ragazzi come se fossero stati a una qualche celebrazione religiosa.
    La densa nebbia che fuoriusciva dal calderone aveva ricoperto tutto il pavimento della stanza e stava iniziando a salire nascondendo anche i cadaveri, la tempesta fuori al castello sembrava diventare più violenta ogni secondo che passava e la temperatura continuava a scendere. Antonio iniziò a tremare, aveva capito che ormai per lui non c’era più speranza, appena avesse sentito il primo rintocco della mezzanotte, sarebbe stato solo una questione di secondi. Gli uccelli volavano in cerchio intorno alla stanza, senza sosta e senza una vera meta, i serpenti strisciavano tra gli scorpioni ricoprendosi gli uni con gli altri in un caos senza senso che circondava il pentacolo senza avvicinarsi troppo. Poi improvvisamente tutto tacque.
    Il silenzio sembrò diventare una presenza fisica e i ragazzi poterono avvertirlo mentre cercava di soffocarli spingendo sui loro petti. Giulio osservò l’energia dorata che fluiva nella stanza, il rituale la stava canalizzando costringendola in un disegno complicato che serviva ad amplificarla. Avevano bisogno di concentrare le loro forze nell’evocazione per riuscire veramente a richiamare Kadreal dal suo esilio eterno.
    Dong.
    Tutti trattennero il respiro e Antonio iniziò a piangere, era muto, ma le lacrime gli arrivarono al mento cadendo in terra e scomparendo in mezzo alla gelida nebbia.
    Dong.
    «L’ora è giunta amici miei. Banchettate in onore di Kadreal.»
    I quattro alzarono ancora i macabri feticci verso l’alto. «Per Kadreal.» dissero all’unisono prima di mordere gli organi che avevano davanti.
    Dong.
    Antonio aveva il battito del cuore che andava a mille, sapeva che stava per morire e che nessuno lo avrebbe salvato, si immaginò mentre era tranquillamente seduto sul divano di casa di sua madre a giocare a HALO e pregò con tutte le sue forze per ritornare a quel momento. Non capiva come potesse essere finito in quella situazione, il suo disperato bisogno di amici lo aveva portato alla morte. Da dietro arrivò Giulio che si chinò mettendogli una mano sulla fronte per tirargli indietro la testa. La forza del giovane era incontrastabile e Antonio si ritrovò con la gola esposta.
    Dong.
    I rintocchi della pendola erano assordanti, rimbombavano in tutto il castello e faceva tremare i vetri. Giulio portò il coltello al collo del ragazzo e glielo appoggiò sulla pelle.
    Dong.
    Alcune finestre scoppiarono verso l’interno e la tempesta imperversò dentro le stanze, la temperatura scese ancora e tutti gli animali che erano dentro il salone divennero cenere. La richiesta di energia era talmente tanta che iniziò a morire anche la vegetazione che circondava il castello, centinaia di alberi del bosco che lo nascondeva al resto del mondo divennero polvere in pochi secondi e Giulio spinse un po’ la lama.
    Dong.
    Non aveva raggiunto le vene, aveva solo scalfito il primo strato.
    «Accetta i nostri sacrifici Kadreal. Per evocarti su questo piano ti offriamo...»
    Dong.
    «il fegato della coraggiosa.»
    Dong.
    «Il cuore della vergine.»
    Dong.
    «Il cervello del genio.»
    Dong.
    «La lingua del giullare.»
    Appena finivano di dire quelle frasi, l’organo che avevano davanti a loro e che avevano morso per cibarsene, prendeva fuoco nelle loro mani. Una fiamma gemella a quella che divampava al centro della stanza, completamente nera.
    Dong.
    «Il sangue e l’energia del puro di cuore.»
    Con quelle parole, Giulio mosse velocemente il braccio da sinistra verso destra e sgozzò il povero ragazzo tenendogli la testa ferma per aprire bene la gola. Il sangue schizzò fino quasi al centro del pentacolo e Antonio morì in pochissimo tempo per shock emorragico.
    Dong.
    Tutta la vita nel raggio di un chilometro, fatta eccezione per i cinque ragazzi che stavano ai vertici del pentacolo, era cessata in un istante. La tempesta si placò e nulla si mosse per parecchi secondi. I fuochi si erano estinti e il salone era caduto nell’oscurità più completa. La temperatura continuava ad essere glaciale e i ragazzi iniziarono a sentire i brividi che li scuotevano dal profondo mentre l’adrenalina e l’eccitazione scemava velocemente vinta dall’immobilità della situazione. Passarono i minuti e i nervi dei giovani iniziarono a logorarsi.
    «Cosa sta succedendo?» chiese alla fine Caterina, ma nessuno le rispose.
    Per un secondo ebbero la sensazione che il rito non fosse riuscito, si ritrovarono a pensare a come giustificare l’omicidio di cinque persone e un’ombra di panico macchiò i loro cuori, ma poi sentirono un movimento nella stanza e il fuoco nero riprese a divampare illuminando fino ai limiti del pentacolo. Al centro, vicino al calderone ormai vuoto, si ergeva Antonio che si era liberato. Il ragazzo aveva lo sguardo perso nelle fiamme e non faceva il minimo movimento, nemmeno per respirare. I suoi occhi avevano cambiato colore, ora erano di un blu cobalto ipnotizzante e le iridi erano più grandi del normale. Aveva ancora la gola squarciata e il sangue gli aveva impregnato completamente la maglietta.
    Si guardò le mano allargando le dita e poi chiudendo il pugno, sembrava quasi che non capisse a cosa potessero servire, poi si tastò le braccia salendo fino alle spalle. Si strinse e si passò un dito sul taglio della gola raccogliendo del sangue che poi leccò. Fece una smorfia di disgusto e sputò in terra.
    «Così eccola qua.» la voce dell’essere era un insieme di più voci umane e non, sia maschili che femminili. Le tonalità erano troppe per poterle distinguere tutte e sembravano arrivare da ogni parte. «Questa è la tanto discussa umanità.»
    «Kadreal.» provò a dire Giulio abbassando subito la testa per non rischiare d’incontrare lo sguardo dell’Antico.
    «Kadreal? Sarebbe questo il mio nome? Oppure è un titolo?»
    I ragazzi furono presi in contropiede da quella domanda e si scambiarono delle veloci occhiate lasciando che fosse Giulio a parlare per tutti.
    «È il nome che ci è stato tramandato. Sappiamo che non siamo degni di conoscere uno dei tuoi nomi.»
    «No, non lo siete, e ad essere sincero credo che se ne sentiste anche uno solo, morireste udendo il suono. La vostra razza è patetica, debole, imperfetta.»
    «Lo sappiamo, per questo ti abbiamo chiamato qui.»
    Con uno scatto che fece diradare la nebbia nell’arco di quasi cinque metri, Kadreal si voltò verso Giulio. «Voi mi avete evocato qui, in questa dimensione. Perché siete imperfetti...» ripeté iniziando a camminare lentamente. «Oh, capisco. Avete bisogno del mio aiuto.» le sue voci sembravano essersi ingentilite, il suono era meno tagliente e i cinque si sentirono leggermente meno in soggezione.
    «Sì Kadreal, abbiamo bisogno di te. Solo tu puoi aiutarci a correggere ciò che c’è di sbagliato.»
    «Questo piano dimensionale mi ha sempre disgustato. Sento puzza di corruzione ovunque. Ho provato a viaggiare in lungo e in largo nello spazio, ma qualsiasi cosa è contaminata da un morbo orribile che si è spanto a macchia d’olio ovunque. Questo sasso ne era privo, ma poi è arrivato anche qui, per questo decisi di andarmene.»
    «Di cosa stai parlando Kadreal?» chiese Caterina con la sua voce squillante.
    «Chi ha parlato?» chiese l’essere girandosi per guardare tutti e cinque i ragazzi a turno.
    «Sono stata io.»
    Kadreal la squadrò dal basso all’alto e si avvicinò.
    «Qual è il tuo nome?»
    «Caterina.» rispose la ragazza con la voce tremante senza osare alzare lo sguardo. Kadreal allungò una mano e le sfiorò la testa accarezzandole i capelli, tutti trattennero il respiro.
    «Avverto la tua paura.»
    «Sono timorosa al tuo cospetto.»
    «Perché?»
    «Perché sono niente al tuo confronto.»
    «Anche un granello di polvere è niente se confrontato con una stella, ma questo non lo spaventa. Caterina, cosa ti fa paura?» l’ultima frase fu come una ventata di aria fresca che sembrò allentare la tensione che si stava creando con quella conversazione.
    «Ho paura...»
    «Parla, dimmi di cosa hai paura.»
    «Io, non lo so.»
    «Vuoi che te lo dica io?»
    Senza aprire la bocca, la ragazza alzò lo sguardo con gli occhi pieni di lacrime ed annuì. Kadreal le regalò un sorriso e per un secondo fu come se Antonio fosse tornato.
    «Tu hai paura di quello che potrei fare, tu temi il dolore e la morte. Voi tutti temete queste cose.»
    «Tutto ciò che vive teme la morte.» disse Alina.
    «Esattamente.» rispose Kadreal avvicinandosi alla ragazza che aveva appena parlato. «Tutto ciò che vive prova la paura della morte. Capite allora dove sta la corruzione? Dov’è l’imperfezione?»
    Il gruppo si scambiò degli sguardi, non riuscivano a capire dove volesse andare a finire quel discorso, Kadreal se ne accorse e sospirò.
    «Quando è stata creata questa vita è stata fatta male. Gli esseri hanno un tempo limitato e poi vengono sostituiti da copie più o meno fedeli. Questo li porta ad essere patetici, ma arroganti, ignoranti e poco interessanti.»
    «Stai dicendo che te ne sei andato perché la vita non è come dovrebbe essere.»
    «No, me ne sono andato perché la vita mi disgusta. Voi mi avete riportato qui perché volete che risolva questo problema. Forse non avrò voglia di farlo, ma potrei iniziare facendo un tentativo. La cosa più giusta da fare sarebbe cancellare ogni forma di vita esistente e ricominciare da capo.»
    Il discorso aveva preso una piega che non piaceva a nessuno dei ragazzi, Kadreal era in mezzo a loro e camminava lentamente rimanendo all’interno del pentacolo. Il viso di Antonio aveva l’immobilità di una statua di ghiaccio e i suoi occhi cobalto sembravano morti, come se fossero solo due bilie di vetro colorato. Fece alcuni passi in direzione di Mattia e inspirò profondamente.
    «Questo castello è pieno del vostro fetore, della puzza della vita e della vostra paura.»
    «È la paura dei sacrifici che ti abbiamo offerto per evocarti.» rispose il ragazzo come se stesse cercando una spiegazione.
    Antonio chiuse gli occhi e respirò ancora alzando la testa verso l’alto. «La loro si mescola con la vostra. Voi mi avete chiamato qui per porre rimedio alle imperfezioni di questo piano. Mi avete evocato senza nemmeno accorgervi che la vostra più grande paura coincideva con il vostro desiderio.»
    «No, il nostro desiderio è la conoscenza e il potere.» disse Alina.
    «La conoscenza è il potere.»
    «Ti prego, condividi con noi la conoscenza.»
    «L’ho appena fatto, ma non lo avete capito. L’umanità è forse la forma più imperfetta e impura tra tutte, non riuscite nemmeno a comprendere quando vi viene spiegato.»
    Con un gesto ampio descrisse un cerchio con il braccio e la nebbia bianca lo raggiunse andando verso la sua mano. Era come se non esistesse nulla oltre a quella stanza, il mondo aveva smesso di avere qualsiasi suono e perfino la luce cessava a pochi metri dalla stella di marmo. L’antico allargò le dita e la nebbia si divise in quattro insinuandosi nei cadaveri dei sacrifici.
    «Cosa stai facendo?» chiese Giulio.
    «Nonostante la vostra arroganza, ho deciso di esaudire la vostra richiesta. Combatterò per riportare la perfezione in questo piano.» rispose Kadreal con un ghigno gelido.
    «Vuoi dire che sterminerai la vita da questo pianeta?» chiese Caterina con la voce tremante.
    Kadreal le apparve davanti, fu un gesto istantaneo e nessuno lo vide percorrere la distanza che lo separava dalla giovane.
    «No bambina mia, non è corretto.»
    «Allora cosa intendevi dire?»
    «Che dovrò sterminare la vita ovunque questa sia.» Alzò la mano e Caterina chiuse gli occhi con una lacrima che le rigò la guancia. Antonio le sorrise e le sfiorò il volto raccogliendo la goccia che si congelò all’istante.
    «Non ce la puoi fare.» disse improvvisamente Alina. Kadreal si voltò verso di lei con un sorriso, la ragazza era forse quella meno spaventata e la trovava quasi curiosa. Fece un gesto con la mano e ammiccò con la testa per invitarla a spiegarsi. «Questo rito ha il potere di chiamarti, ma solo per breve tempo. Appena il sole sorgerà, tu tornerai nel piano in cui hai scelto di esiliarti.»
    «Avete molte informazioni, ve lo devo riconoscere. Come fate a sapere queste cose?»
    «Abbiamo trovato le iscrizioni nella grotta.»
    «Temo che dovrai essere un po’ più specifica di così se vuoi che io comprenda.»
    La frase colse tutti impreparati e i cinque si scambiarono degli sguardi veloci. «La grotta sul mare sotto questa scogliera, dove hai tramandato la tua conoscenza per farcela trovare.» disse Giulio con la voce tremante.
    A quelle parole Kadreal scoppiò a ridere e tutto il castellò vibrò dalle fondamenta. «Per farvela trovare?» chiese con un tono acido. «Quando me ne sono andato ho ordinato al mio ultimo servitore di distruggere tutto. Anche in questo sono stato deluso. No miei stupidi amici, temo che abbiate frainteso tutto. Io non volevo essere richiamato qui, non ho mai avuto intenzione di condividere niente, tanto meno con voi e i vostri simili.»
    A Riccardo tornarono in mente le parole di Luigi quando gli aveva chiesto perché secondo loro Kadreal avrebbe dovuto assecondarli e improvvisamente tutto gli apparve chiaro. Si erano illusi fin dall’inizio ed erano stati stupidi quanto arroganti.
    «Questo rituale mi ha portato qui solo per questa notte, ma c’è una cosa che forse non siete riusciti a capire. I cinque sacrifici che avete fatto hanno dato abbastanza energia per convocarmi, ma fino al sorgere del sole. Tuttavia i miei poteri sono legati a voi, lo avete scelto voi quando avete mangiato le parti dei vostri sacrifici. Se voi doveste…perdere la vostra energia, io riprenderei le mie piene facoltà su questo piano. A quel punto non credo che avrei problemi a trattenermi più a lungo.»
    Caterina non riusciva a smettere di tremare, le parole dell’Antico erano state come una pugnalata al cuore e il suo sguardo andò velocemente alla ricerca di quelli di Giulio e Alina. Antonio sentì la paura della ragazza e sorrise facendo biancheggiare i denti nella penombra, tornò da lei e allungò la mano. Quella volta la giovane non poté fare a meno di indietreggiare e un dito dell’Antico fuoriuscì dal perimetro del pentacolo. La carne si sgretolò e un dito etereo azzurro si allungò verso Caterina passandole attraverso come se fosse stato un ologramma. Kadreal ritirò la mano e vide che gli mancava l’indice.
    «Che storia è questa?»
    «Aburius aveva previsto un sistema di sicurezza. Ha modificato il rito affinché tu non possa lasciare il pentacolo.»
    Gli occhi di Antonio sembrarono brillare per un istante e un sorriso gli illuminò il volto. «Interessante. Devo ammettere che questa cosa non me la sarei mai aspettata.»
    «Se non vuoi condividere le tue conoscenze con noi, non c’è motivo per rimanere qui a parlare con te. Ci basterà andare via e aspettare l’alba.»
    «Sembri molto sicuro delle tue parole.»
    I cinque lasciarono le loro posizioni ai vertici del pentacolo e si raggrupparono, Giulio stava davanti a tutti come se volesse proteggerli e Kadreal rimase fermo a sorridere. Chiuse gli occhi e i ragazzi sentirono l’aria diventare elettrica, tutto era immobile e non riuscivano a fare nemmeno un movimento. Sembrava che Antonio stesse facendo tai chi e la visione di quel corpo che si muoveva con lentezza e agilità era ridicola, ma la quantità di energia che si stava muovendo era impressionante. I corpi dei quattro ragazzi a terra ricoperti del loro stesso sangue iniziarono a tremare violentemente, era come se fossero scossi da una scarica potente di elettricità. Sbattevano la testa e i piedi sulle pietre scure del pavimento, si contorcevano assumendo posizioni innaturali. I cinque che fissavano quello spettacolo rabbrividirono sentendo il rumore delle ossa che si rompevano sotto la forza di quegli spasmi e il poco sangue che era rimasto non ancora del tutto coagulato sembrò congelarsi chiudendo le ferite. Nessuno osava fare un solo suono e Kadreal iniziò a sghignazzare. Poi, i quattro si alzarono in piedi guardandosi tra di loro.
    «Io non posso uscire di qui per ora, ho bisogno di più forza. Però loro possono girare tranquillamente nel castello e sono sicuro che saranno più che felici di prendersi una piccola vendetta. In fin dei conti, siete stati voi a ucciderli.»
    La situazione era precipitata molto velocemente e i cinque guardarono negli occhi degli zombie che ancora non si erano ripresi completamente dal risveglio. Non erano vitrei e la luce che si celava dietro era antica.
    «Credo che ci convenga scappare.» disse Mattia con un sussurro.

    11



    I quattro zombie erano rimasti fermi per diversi minuti, erano ancora molto storditi dall’essere risuscitati e non era chiaro quanto avessero mantenuto delle persone che erano state fino a solo un’ora prima. Nessuno dei punk aveva voglia di scoprirlo e tutti scapparono approfittando di quel momento. Kadreal guardò la scena con un sorriso, aveva il viso piegato di lato e osservava tutto tenendo gli occhi sui ragazzi che scappavano, sospirò e scosse la testa.
    Alina non riusciva a smettere di fissare Antonio, aveva sognato i suoi occhi color cobalto per così tanto tempo che non riusciva a credere a come fossero andate alla fine le cose, Giulio le mise una mano sulla spalla e la tirò a sé costringendola ad allontanarsi. Corsero verso le scale e Caterina iniziò a scendere.
    «Aspetta.» le disse Mattia.
    La ragazza aveva iniziato a piangere già mentre parlava con l’Antico e il suo viso era una vera maschera di lacrime.
    «Non possiamo aspettare, dobbiamo fuggire prima che quei mostri ci raggiungano.»
    «Era troppo sicuro di sé, non credo che troveremo la porta aperta.»
    «Ha ragione. Ha sicuramente trovato il modo per tenerci qui dentro.»
    «E allora cosa facciamo?»
    «Dobbiamo riuscire a tenere alla larga quei fottutissimi zombie. Barrichiamoci in una delle stanze.» disse Riccardo stringendo la mano della cugina. La ragazza aveva la pelle molto fredda e era pallida. Stava avendo un attacco di panico e il ragazzo le mise un braccio sulle spalle tirandola verso le scale che salivano al secondo piano. Giulio gli fece un cenno con la testa. «Cerchiamo di restare uniti ragazzi. È il solo modo per riuscire a sopravvivere.»
    Dietro di loro, i sacrifici avevano finalmente iniziato a muoversi, i primi passi furono ben poco coordinati e Amanda cadde in terra, ma dopo poco riuscirono a ricordarsi come camminare e presero ad avanzare per raggiungere le loro prede.
    Giulio fece salire i suoi amici e rimase indietro per chiudere la fila ed essere sicuro che non venissero attaccati alle spalle, per fortuna gli zombie sembravano lenti e quando riuscì a scorgerne le ombre, erano ormai alla fine delle scale.
    «Dove andiamo?» chiese Mattia che stava davanti a tutti.
    «Abbiamo bisogno di un luogo che sia facilmente difendibile, magari che abbia due ingressi.»
    «La stanza di Aburius.» disse Caterina urlando l’inizio della frase per poi abbassare subito la voce. «Ci possiamo facilmente barricare dentro.»
    «Sì, ma ha una sola porta d’entrata e se dovessero riuscire a sfondarla, saremmo in trappola.»
    «No, ha ragione.» disse Riccardo. «C’è un cunicolo segreto che conduce agli appartamenti della signora.»
    «Ok. Prendete tutti un’arma e state pronti a difendervi.»
    I cinque corsero lungo il corridoio freddo del castello andando verso gli appartamenti di Aburius. Il gelo era più pungente e il buio più opprimente, tutto sembrava essere peggiore. I loro passi erano rumorosi e rimbombavano tra le mura invitando i quattro zombie da loro. Appena raggiunsero la camera da letto sentirono un briciolo di speranza.
    «Aiutatemi a barricare la porta. Mettiamoci l’armadio e vediamo se riusciamo a spostare il letto.»
    «Allora, il sole sorge alle otto e sei secondo il calendario che avevo visto online. Dobbiamo solo resistere poco meno di otto ore.» disse Alina guardando la finestra da cui era possibile vedere il mare. Era uno spettacolo stupendo e sembrava talmente distante da quello che stava accadendo dentro a quel castello. Il contrasto la costrinse a distogliere lo sguardo. Riccardo si mise a sedere in terra vicino alla cugina e le mise una mano sulla schiena. Appena sentì la sua presenza, la ragazza gli si appoggiò contro mettendogli la testa sulla spalla. Aveva ancora il sangue di Amanda incrostato tra i capelli e il suo sorriso si era spento, gli occhi brillavano ancora, ma erano le lacrime che luccicavano nel buio.
    «Cosa facciamo Giulio?» chiese Mattia incrociando le braccia al petto.
    Il ragazzo rimase in silenzio per qualche secondo, sapeva che i suoi amici avrebbero chiesto a lui, ma purtroppo non aveva nessuna risposta per loro. Nessuno aveva mai nemmeno pensato alla possibilità di quell’epilogo, in ogni loro previsione Kadreal era un punto fermo, un essere di luce disposto a condividere la sua infinita saggezza e conoscenza con loro.
    «Dobbiamo fare quello che ha detto Alina. Dobbiamo solo resistere fino al sorgere del sole.»
    «Sì e poi?»
    «Cosa intendi dire? Poi cosa?»
    L’aria intorno ai ragazzi era pesante e Mattia non accennava ad abbassare la guardia. Gli altri tre rimasero immobili a guadare la scena, nessuno osava parlare e Caterina si ritrovò a trattenere il respiro.
    «Abbiamo seguito il rito alla lettera Giulio. Abbiamo seguito alla lettera le tue fottute istruzioni e adesso siamo nella merda fino al collo.»
    «Possiamo farcela Mattia. Dobbiamo restare uniti.»
    «Ma certo Giulio, restiamo uniti e abbattiamo quei fottutissimi zombie, e poi? Usciremo da qui con cinque cadaveri tra le mani. Pensaci un attimo.» Il ragazzo rimase in silenzio a guardare l’amico, ma non accennò a rispondere e Mattia riprese. «Cazzo Giulio. Siamo nei guai. Abbiamo ucciso quei ragazzi perché ci avevi promesso che saremmo stati degli dei viventi. Adesso, sempre se riusciremo a sopravvivere, andremo in galera per tutta la vita.»
    «Riusciremo ad uscirne Mattia.»
    «Dimmi come?» urlò il giovane. «Tutti sapevano che quei cinque coglioni sarebbero usciti con noi. I loro cellulari porteranno la polizia proprio qui e le chat ci inchiodano. Non riusciremo a nascondere tutte le prove.»
    «Calmati Mattia.» intervenne Alina.
    «Vaffanculo Alina. Siamo fottuti ed è solo colpa vostra.»
    Giulio sentiva l’energia che il ragazzo irradiava e capì che stava rischiando di perdere il controllo, il gruppo doveva rimanere unito e avevano bisogno che lui fosse forte. Guardò l’amico e strinse i denti facendo guizzare i muscoli della mascella, allargò le braccia facendo un profondo respiro e attinse al suo flusso di energia. Mattia sentì mancargli le forze e cadde in ginocchio, l’aria divenne più fredda e il tempo parve andare più lentamente. Giulio si avvicinò facendo lunghi e lenti passi.
    «Abbiamo ancora qualche asso nella manica amico mio.» disse chinandosi per sfiorare il viso di Mattia. «Adesso dobbiamo restare uniti, domani ci occuperemo dei corpi. Faremo sparire tutte le prove e gestiremo la polizia appena inizieranno a farci delle domande. Ce la caveremo amico mio. Fidatevi di me ragazzi, ce la caveremo tutti.»
    Si voltò smettendo di nutrirsi dell’energia di Mattia e sospirò lanciando un veloce sguardo ad Alina che annuì.
    Il gruppo stava insieme per miracolo, ma avevano iniziato insieme e avrebbero finito insieme. Per quanto fossero disperati e arrabbiati, erano ben più che amici, erano fratelli.
    I quattro zombie si erano divisi per andare alla ricerca dei punk, avevano ancora i ricordi di quando erano in vita, ma Kadreal aveva corrotto le loro anime rendendoli schiavi senza coscienza, aveva riempito la loro mente con la conoscenza illimitata dell’eternità facendoli diventare degli zombie assassini senza scrupoli. «Ragazzi? Venite fuori.» disse Lina con una voce acuta che rimbalzò per tutte le pareti degli appartamenti degli ospiti. Ormai la sua vecchia vita non c’era più e adesso stava cercando le persone che l’avevano uccisa per potersi vendicare, era diventata un mostro e la cosa non le importava, anzi le piaceva. «Mattia? Ancora dobbiamo finire la partita a nascondino, non posso giocare da sola.»
    Anche gli altri tre stavano girando per le stanze del castello camminando come delle pantere alla ricerca dei cinque assassini. Amanda passeggiava nel corridoio davanti alla stanza di Aburius e iniziò a cantare Hallelujah, proprio come aveva fatto nel salone principale quando erano arrivati. La sua voce era sempre meravigliosa, ma aveva acquisito più corpo e Giulio riuscì a sentire la sua potenza prima ancora di sentire il suono.
    Caterina aveva la testa abbandonata sulla spalla del cugino, stava provando con tutte le sue forze ad addormentarsi, ma ogni volta che chiudeva le palpebre continuava ad avere gli occhi di cobalto di Kadreal davanti ai suoi. Quello sguardo vitreo capace di schiacciare e sconvolgere una mente umana non l’avrebbe mai più lasciata in pace. Appena sentì la voce di Amanda le lacrime ricominciarono a scendere e strinse Riccardo provando a nascondersi nella sua spalla. Il ragazzo le mise il braccio dietro al collo e le baciò la testa. Era stata lei ad uccidere Amanda e sapeva che probabilmente quel mostro voleva vendicarsi di lei.
    «Non ti preoccupare cugi.» iniziò lui cercando di sorriderle. «Non permetterò mai che quella strega ti faccia del male.»
    «Spostatevi da lì.» disse Mattia stringendo la presa sulla mazza che aveva trovato nel castello.
    Amanda aveva sentito la voce del ragazzo e un sorriso le increspò il volto, quell’espressione di sfida non le apparteneva e per la prima volta in vita sua, camminò con una sicurezza che non aveva mai conosciuto. Non aveva più paura di nulla, aveva affrontato la morte e aveva vinto. Kadreal l’aveva liberata.
    «Ragazzi, siete qui?» chiese afferrando la fredda maniglia della porta. Provò ad aprire, ma sentì resistenza e allora tentò più forte. La serratura si ruppe subito e il mobile si spostò di meno di un centimetro facendo rimanere allibiti i ragazzi che si erano barricati all’interno. Non avevano considerato che quei mostri potessero avere una forza del genere, ma non potevano farsi prendere dal panico.
    «Dobbiamo tenere chiusa la porta.» urlò Giulio andando a rispingere l’armadio nella sua posizione. Amanda provò ancora ad aprire, ma non poteva da sola superare la forza dei cinque. Aveva bisogno dei suoi amici.
    «Giulio, pensavo che tra noi ci fosse qualcosa. Quando mi hai baciato ho sentito una connessione tra di noi. Apri la porta e parliamone, possiamo uscirne insieme.» disse la ragazza sfiorando il legno gonfio per l’umidità. «Dai Giulio, non aver paura di me. Nessuno di voi deve aver paura di me. Caterina, non sono arrabbiata con te, apri la porta e facciamo pace dai.» il suo sorriso tradiva le sue vere intenzioni, gli occhi erano luminosi e teneva il capo basso guardando verso l’alto.
    «Non puoi entrare qui. Sparisci mostro schifoso.»
    «Non è molto gentile da parte tua Riccardo.» rispose Amanda lasciandosi sfuggire una risata infantile, il problema era che purtroppo aveva ragione. «Va bene, allora andrò via, ma non vi preoccupate. Tornerò presto.»
    Si voltò e tornò da dove era venuta continuando a cantare ondeggiando a destra e a sinistra.
    «Tra poco torneranno e riusciranno ad aprire la porta.» disse Riccardo camminando avanti e indietro per la stanza.
    «Inoltre quella serpe di Rebecca potrebbe anche riuscire a trovare il passaggio segreto.» aggiunse Caterina. «Credo ci convenga scappare. La nostra unica speranza è quella di continuare a muoverci, se ci trovano siamo fottuti.»
    Giulio era seduto sul bordo del letto con lo sguardo posato lontano, stava riflettendo sulla situazione e cercava un modo per mantenere i suoi amici in vita. Loro lo avevano seguito ciecamente e lui non poteva permettere che morissero.
    «Avete ragione.» disse alla fine. «Anche se non sapessero del passaggio, quando arriveranno in gruppo riusciranno comunque ad entrare e noi dovremo scappare. Ci conviene sfruttare questo tempo che abbiamo per mantenere il vantaggio.» Si alzò in piedi e si mise in mezzo a loro. «L’unico modo per farcela è rimanere uniti e cercare di stare sempre almeno un passo avanti a quei mostri del cazzo. Riccardo, facci vedere dov’è il passaggio segreto.»
    Il ragazzo sorrise e strinse la spalla della cugina, sentire che Giulio aveva finalmente ripreso in mano la situazione aveva dato loro nuova speranza, camminò fino alla parete e tirò il candelabro a muro che attivava il meccanismo facendo aprire la porta nascosta.
    «Dove andiamo?»
    «Dove portano questi cunicoli?»
    «Una strada conduce alla stanza della moglie di Aburius.» rispose Caterina tirando in su con il naso.
    «Una scala porta al salone del pentacolo.»
    «E anche agli alloggi su di sopra.» concluse Mattia con un sospiro. Era ancora arrabbiato con Giulio, ma era come un fratello e per quando potesse essere furioso, gli voleva bene. Quindi aveva deciso di ingoiare il nodo e dare una mano.
    «Allora abbiamo due possibilità a questo punto: o continuiamo a nasconderci o proviamo a scappare.» disse Caterina.
    «Forse ho un’idea.» iniziò Alina. «Se scendessimo e riuscissimo a raggiungere la biblioteca, magari potremmo chiuderci dentro e fare in modo che non si possa più aprire da fuori.»
    «E come?»
    «Gli archi ci mettono qualche secondo per chiudersi, se togliessimo uno degli stemmi e li portassimo all’interno, quei fottuti zombie non potrebbero aprire il passaggio.»
    «Geniale.» disse Riccardo con un sorriso.
    «Non mi convince. Se in qualche modo riuscissero ad aprire ci troveremmo in trappola.»
    «Ma dai, come possono riuscire ad entrare?»
    «Hanno una forza sovraumana, lo avete visto. Se si mettessero insieme potrebbero riuscire ad abbattere una delle pareti che chiudono gli archi. E a quel punto…» Mattia finì la frase facendo un gesto lento con il dito lungo la gola. Alina non era convinta, ma rimase in silenzio e spostò lo sguardo verso Giulio, aspettando che decidesse qualcosa.
    «Andiamo su. Dagli alloggi potremmo provare ad accedere alle torri. Magari potremmo addirittura trovare un modo per uscire.» Lasciò che i suoi amici pensassero alle sue parole, poi annuì e andò verso il passaggio segreto.


    11

    I quattro zombie erano rimasti fermi per diversi minuti, erano ancora molto storditi dall’essere risuscitati e non era chiaro quanto avessero mantenuto delle persone che erano state fino a solo un’ora prima. Nessuno dei punk aveva voglia di scoprirlo e tutti scapparono approfittando di quel momento. Kadreal guardò la scena con un sorriso, aveva il viso piegato di lato e osservava tutto tenendo gli occhi sui ragazzi che scappavano, sospirò e scosse la testa.
    Alina non riusciva a smettere di fissare Antonio, aveva sognato i suoi occhi color cobalto per così tanto tempo che non riusciva a credere a come fossero andate alla fine le cose, Giulio le mise una mano sulla spalla e la tirò a sé costringendola ad allontanarsi. Corsero verso le scale e Caterina iniziò a scendere.
    «Aspetta.» le disse Mattia.
    La ragazza aveva iniziato a piangere già mentre parlava con l’Antico e il suo viso era una vera maschera di lacrime.
    «Non possiamo aspettare, dobbiamo fuggire prima che quei mostri ci raggiungano.»
    «Era troppo sicuro di sé, non credo che troveremo la porta aperta.»
    «Ha ragione. Ha sicuramente trovato il modo per tenerci qui dentro.»
    «E allora cosa facciamo?»
    «Dobbiamo riuscire a tenere alla larga quei fottutissimi zombie. Barrichiamoci in una delle stanze.» disse Riccardo stringendo la mano della cugina. La ragazza aveva la pelle molto fredda e era pallida. Stava avendo un attacco di panico e il ragazzo le mise un braccio sulle spalle tirandola verso le scale che salivano al secondo piano. Giulio gli fece un cenno con la testa. «Cerchiamo di restare uniti ragazzi. È il solo modo per riuscire a sopravvivere.»
    Dietro di loro, i sacrifici avevano finalmente iniziato a muoversi, i primi passi furono ben poco coordinati e Amanda cadde in terra, ma dopo poco riuscirono a ricordarsi come camminare e presero ad avanzare per raggiungere le loro prede.
    Giulio fece salire i suoi amici e rimase indietro per chiudere la fila ed essere sicuro che non venissero attaccati alle spalle, per fortuna gli zombie sembravano lenti e quando riuscì a scorgerne le ombre, erano ormai alla fine delle scale.
    «Dove andiamo?» chiese Mattia che stava davanti a tutti.
    «Abbiamo bisogno di un luogo che sia facilmente difendibile, magari che abbia due ingressi.»
    «La stanza di Aburius.» disse Caterina urlando l’inizio della frase per poi abbassare subito la voce. «Ci possiamo facilmente barricare dentro.»
    «Sì, ma ha una sola porta d’entrata e se dovessero riuscire a sfondarla, saremmo in trappola.»
    «No, ha ragione.» disse Riccardo. «C’è un cunicolo segreto che conduce agli appartamenti della signora.»
    Ok. Prendete tutti un’arma e state pronti a difendervi.»
    I cinque corsero lungo il corridoio freddo del castello andando verso gli appartamenti di Aburius. Il gelo era più pungente e il buio più opprimente, tutto sembrava essere peggiore. I loro passi erano rumorosi e rimbombavano tra le mura invitando i quattro zombie da loro. Appena raggiunsero la camera da letto sentirono un briciolo di speranza.
    «Aiutatemi a barricare la porta. Mettiamoci l’armadio e vediamo se riusciamo a spostare il letto.»
    «Allora, il sole sorge alle otto e sei secondo il calendario che avevo visto on line. Dobbiamo solo resistere poco meno di otto ore.» disse Alina guardando la finestra da cui era possibile vedere il mare. Era uno spettacolo stupendo e sembrava talmente distante da quello che stava accadendo dentro a quel costello. Il contrasto la costrinse a distogliere lo sguardo. Riccardo si mise a sedere in terra vicino alla cugina e le mise una mano sulla schiena. Appena sentì la sua presenza, la ragazza gli si appoggiò contro mettendogli la testa sulla spalla. Aveva ancora il sangue di Amanda incrostato tra i capelli e il suo sorriso si era spento, gli occhi brillavano ancora, ma erano le lacrime che luccicavano nel buio.
    «Cosa facciamo Giulio?» chiese Mattia incrociando le braccia al petto.
    Il ragazzo rimase in silenzio per qualche secondo, sapeva che i suoi amici avrebbero chiesto a lui, ma purtroppo non aveva nessuna risposta per loro. Nessuno aveva mai nemmeno pensato alla possibilità di quell’epilogo, in ogni loro previsione Kadreal era un punto fermo, un essere di luce disposto a condividere la sua infinita saggezza e conoscenza con loro.
    «Dobbiamo fare quello che ha detto Alina. Dobbiamo solo resistere fino al sorgere del sole.»
    «Sì e poi?»
    «Cosa intendi dire? Poi cosa?»
    L’aria intorno ai ragazzi era pesante e Mattia non accennava ad abbassare la guardia. Gli altri tre rimasero immobili a guadare la scena, nessuno osava parlare e Caterina si ritrovò a trattenere il respiro.
    «Abbiamo seguito il rito alla lettera Giulio. Abbiamo seguito alla lettera le tue fottute istruzioni e adesso siamo nella merda fino al collo.»
    «Possiamo farcela Mattia. Dobbiamo restare uniti.»
    «Ma certo Giulio, restiamo uniti e abbattiamo quei fottutissimi zombie, e poi? Usciremo da qui con cinque cadaveri tra le mani. Pensaci un attimo.» Il ragazzo rimase in silenzio a guardare l’amico, ma non accennò a rispondere e Mattia riprese. «Cazzo Giulio. Siamo nei guai. Abbiamo ucciso quei ragazzi perché ci avevi promesso che saremmo stati degli dei viventi. Adesso, sempre se riusciremo a sopravvivere, andremo in galera per tutta la vita.»
    «Riusciremo ad uscirne Mattia.»
    «Dimmi come?» urlò il giovane. «Tutti sapevano che quei cinque coglioni sarebbero usciti con noi. I loro cellulari porteranno la polizia proprio qui e le chat ci inchiodano. Non riusciremo a nascondere tutte le prove.»
    «Calmati Mattia.» intervenne Alina.
    «Vaffanculo Alina. Siamo fottuti ed è solo colpa vostra.»
    Giulio sentiva l’energia che il ragazzo irradiava e capì che stava rischiando di perdere il controllo, il gruppo doveva rimanere unito e avevano bisogno che lui fosse forte. Guardò l’amico e strinse i denti facendo guizzare i muscoli della mascella, allargò le braccia facendo un profondo respiro e attinse al suo flusso di energia. Mattia sentì mancargli le forze e cadde in ginocchio, l’aria divenne più fredda e il tempo parve andare più lentamente. Giulio si avvicinò facendo lunghi e lenti passi.
    «Abbiamo ancora qualche asso nella manica amico mio.» disse chinandosi per sfiorare il viso di Mattia. «Adesso dobbiamo restare uniti, domani ci occuperemo dei corpi. Faremo sparire tutte le prove e gestiremo la polizia appena inizieranno a farci delle domande. Ce la caveremo amico mio. Fidatevi di me ragazzi, ce la caveremo tutti.»
    Si voltò smettendo di nutrirsi dell’energia di Mattia e sospirò lanciando un veloce sguardo Alina che annuì.
    Il gruppo stava insieme per miracolo, ma avevano iniziato insieme e avrebbero finito insieme. Per quanto fossero disperati e arrabbiati, erano ben più che amici, erano fratelli.
    I quattro zombie si erano divisi per andare alla ricerca dei punk, avevano ancora i ricordi di quando erano in vita, ma Kadreal aveva corrotto le loro anime rendendoli schiavi senza coscienza, aveva riempito la loro mente con la conoscenza illimitata dell’eternità facendoli diventare degli zombie assassini senza scrupoli. «Ragazzi? Vanite fuori.» disse Lina con una voce acuta che rimbalzò per tutte le pareti degli appartamenti degli ospiti. Ormai la sua vecchia vita non c’era più e adesso stava cercando le persone che l’avevano uccisa per potersi vendicare, era diventata un mostro e la cosa non le importava, anzi le piaceva. «Mattia? Ancora dobbiamo finire la partita a nascondino, non posso giocare da sola.»
    Anche gli altri tre stavano girando per le stanze del castello camminando come delle pantere alla ricerca dei cinque assassini. Amanda passeggiava nel corridoio davanti alla stanza di Aburius e iniziò a cantare Hallelujah, proprio come aveva fatto nel salone principale quando erano arrivati. La sua voce era sempre meravigliosa, ma aveva acquisito più corpo e Giulio riuscì a sentire la sua potenza prima ancora di sentire il suono.
    Caterina aveva la testa abbandonata sulla spalla del cugino, stava provando con tutte le sue forze ad addormentarsi, ma ogni volta che chiudeva le palpebre continuava ad avere gli occhi di cobalto di Kadreal davanti ai suoi. Quello sguardo vitreo capace di schiacciare e sconvolgere una mente umana non l’avrebbe mai più lasciata in pace. Appena sentì la voce di Amanda le lacrime ricominciarono a scendere e strinse Riccardo provando a nascondersi nella sua spalla. Il ragazzo le mise il braccio dietro al collo e le baciò la testa. Era stata lei ad uccidere Amanda e sapeva che probabilmente quel mostro voleva vendicarsi di lei.
    «Non ti preoccupare cugi.» iniziò lui cercando fi sorriderle. «Non permetterò mai che quella strega ti faccia del male.»
    «Spostatevi da lì.» disse Mattia stringendo la presa sulla mazza che aveva trovato nel castello.
    Amanda aveva sentito la voce del ragazzo e un sorriso le increspò il volto, quell’espressione di sfida non le apparteneva e per la prima volta in vita sua, camminò con una sicurezza che non aveva mai conosciuto. Non aveva più paura di nulla, aveva affrontato la morte e aveva vinto. Kadreal l’aveva liberata.
    «Ragazzi, siete qui?» chiese afferrando la fredda maniglia della porta. Provò ad aprire, ma sentì resistenza e allora tentò più forte. La serratura si ruppe subito e il mobile si spostò di meno di un centimetro facendo rimanere allibiti i ragazzi che si erano barricati all’interno. Non avevano considerato che quei mostri potessero avere una forza del genere, ma non potevano farsi prendere dal panico.
    «Dobbiamo tenere chiusa la porta.» urlò Giulio andando a rispingere l’armadio nella sua posizione. Amanda provò ancora ad aprire, ma non poteva da sola superare la forza dei cinque. Aveva bisogno dei suoi amici.
    «Giulio, pensavo che tra noi ci fosse qualcosa. Quando mi hai baciato ho sentito una connessione tra di noi. Apri la porta e parliamone, possiamo uscirne insieme.» disse la ragazza sfiorando il legno gonfio per l’umidità. «Dai Giulio, non aver paura di me. Nessuno di voi deve aver paura di me. Caterina, non sono arrabbiata con te, apri la porta e facciamo pace dai.» il suo sorriso tradiva le sue vere intenzioni, gli occhi erano luminosi e teneva il capo basso guardando verso l’alto.
    «Non puoi entrare qui. Sparisci mostro schifoso.»
    «Non è molto gentile da parte tua Riccardo.» rispose Amanda lasciandosi sfuggire una risata infantile, il problema era che purtroppo aveva ragione. «Va bene, allora andrò via, ma non vi preoccupate. Tornerò presto.»
    Si voltò e tornò da dove era venuta continuando a cantare ondeggiando a destra e a sinistra.
    «Tra poco torneranno e riusciranno ad aprire la porta.» disse Riccardo camminando avanti e indietro per la stanza.
    «Inoltre quella serpe di Rebecca potrebbe anche riuscire a trovare il passaggio segreto.» aggiunse Caterina. «Credo ci convenga scappare. La nostra unica speranza è quella di continuare a muoverci, se ci trovano siamo fottuti.»
    Giulio era seduto sul bordo del letto con lo sguardo posato lontano, stava riflettendo sulla situazione e cercava un modo per mantenere i suoi amici in vita. Loro lo avevano seguito ciecamente e lui non poteva permettere che morissero.
    «Avete ragione.» disse alla fine. «Anche se non sapessero del passaggio, quando arriveranno in gruppo riusciranno comunque ad entrare e noi dovremo scappare. Ci conviene sfruttare questo tempo che abbiamo per mantenere il vantaggio.» Si alzò in piedi e si mise in mezzo a loro. «L’unico modo per farcela è rimanere uniti e cercare di stare sempre almeno un passo avanti a quei mostri del cazzo. Riccardo, facci vedere dov’è il passaggio segreto.»
    Il ragazzo sorrise e strinse la spalla della cugina, sentire che Giulio aveva finalmente ripreso in mano la situazione aveva dato loro nuova speranza, camminò fino alla parete e tirò il candelabro a muro che attivava il meccanismo facendo aprire la porta nascosta.
    «Dove andiamo?»
    «Dove portano questi cunicoli?»
    «Una strada conduce alla stanza della moglie di Aburius.» rispose Caterina tirando in su con il naso.
    «Una scala porta al salone del pentacolo.»
    «E anche agli alloggi su di sopra.» concluse Mattia con un sospiro. Era ancora arrabbiato con Giulio, ma era come un fratello e per quando potesse essere furioso, gli voleva bene. Quindi aveva deciso di ingoiare il nodo e dare una mano.
    «Allora abbiamo due possibilità a questo punto: o continuiamo a nasconderci o proviamo a scappare.» disse Caterina.
    «Forse ho un’idea.» iniziò Alina. «Se scendessimo e riuscissimo a raggiungere la biblioteca, magari potremmo chiuderci dentro e fare in modo che non si possa più aprire da fuori.»
    «E come?»
    «Gli archi ci mettono qualche secondo per chiudersi, se togliessimo uno degli stemmi e li portassimo all’interno, quei fottuti zombie non potrebbero aprire il passaggio.»
    «Geniale.» disse Riccardo con un sorriso.
    «Non mi convince. Se in qualche modo riuscissero ad aprire ci troveremmo in trappola.»
    «Ma dai, come possono riuscire ad entrare?»
    «Hanno una forza sovraumana, lo avete visto. Se si mettessero insieme potrebbero riuscire ad abbattere una delle pareti che chiudono gli archi. E a quel punto…» Mattia finì la frase facendo un gesto lento con il dito lungo la gola. Alina non era convinta, ma rimase in silenzio e spostò lo sguardo verso Giulio, aspettando che decidesse qualcosa.
    «Andiamo su. Dagli alloggi potremmo provare ad accedere alle torri. Magari potremmo addirittura trovare un modo per uscire.» Lasciò che i suoi amici pensassero alle sue parole, poi annuì e andò verso il passaggio segreto.


    12

    Bastò uno sguardo e gli altri tre zombie seguirono Amanda senza che dicesse nulla. Kadreal aveva aperto loro un mondo completamente nuovo, un intero universo di conoscenza e aveva risposto a domande che non si erano mai nemmeno posti. Camminarono con lo stesso passo lungo i corridoi andando vero la camera di Aburius. Raggiunsero la porta chiusa e Lina sorrise allungando la mano, bussò alla porta e rimase in attesa per due secondi. «C’è nessuno in casa?» Si voltò verso i suoi compagni e tutti e quattro si misero in linea preparandosi ad aprire la porta. «Al tre?» chiese continuando a sorridere.
    Alzò la mano e fece il conto alla rovescia, quando arrivò allo zero colpirono la porta con violenza scardinandola e spingendo via per diversi metri il mobile che la bloccava. Il quartetto entrò dentro la stanza del signore velocemente come dei ragni che si infilavano in un buco per catturare le loro prede, come un brulicare di insetti. Ognuno di loro aveva uno sguardo brillante e un sorriso luminoso, sentivano di averli in pugno, ma trovarono la stanza completamente vuota.
    «Dove cazzo sono andati?» chiese Amanda tirando un colpo al baldacchino del letto e spezzando il legno massello spesso otto centimetri.
    «Calmati Amanda.» disse Rebecca guardando le mura della stanza. Tutti i ragazzi avevano delle mutilazioni più o meno evidenti, ma a lei mancava una parte del cranio da dove avevano estratto il cervello per fare il rito. La magia di Kadreal l’aveva riportata in vita, ma il foro sanguinolento che aveva in testa e la ferita al cuore che le aveva macchiato di rosso i vestiti la rendevano forse l’essere più macabro che camminava in quel castello. Lina era sventrata e Amanda aveva solo un buco nell’addome da dove era stato preso il cuore. Tra tutti, Luigi era quello che sarebbe potuto passare ancora per un ragazzo vivo. Aveva una piccola ferita alla base del collo dove era stato accoltellato e gli mancava la lingua, non riusciva bene a parlare, ma a un primo sguardo non aveva niente di strano. «Riflettici un attimo. Erano qui chiusi e un mobile bloccava la porta da dentro. Tuttavia la stanza è vuota.»
    «Un passaggio segreto.» provò a dire con difficoltà Luigi. Non articolò bene le parole, ma i suoi amici lo capirono.
    «Esatto. Sono sicura che sia qualcosa uguale a quello dell’altra stanza. Solo che qui non vedo librerie.»
    La ragazza ormai pallida come un lenzuolo andò al centro della stanza e si mise a fissare le pareti intorno a lei. Una era in direzione della torre e considerano l’amore di Aburius per la simmetria era logico pensare che potesse esserci un passaggio speculare a quello negli altri appartamenti, ma la stanza non mostrava niente di niente in quel punto, solo alcuni affreschi mezzi mangiati dalla muffa. No. Doveva essere da qualche altra parte. Si voltò guardando tutto sentendo i sorrisi degli altri tre che la osservavano sapendo che era solo questione di secondi prima che risolvesse anche quell’enigma. I cinque punk avevano fatto male i loro conti, ormai non avevano più scampo e lo sapevano tutti dentro quelle mura.
    Alle pareti erano appesi numerosi dipinti incorniciati e arazzi, uno di quelli arrivava fino al pavimento e Rebecca scosse la testa, doveva per forza trattarsi della porta nascosta, doveva solo trovare il meccanismo per aprirla. Camminò lentamente fino all’opera d’arte e la sfiorò con il dito mentre i suoi amici trattenevano il respiro. Accarezzò la parete fino a raggiungere il candelabro sulla sinistra e lo tirò, ma non accadde nulla, quindi spostò lo sguardo su quello a destra. Sorrise e lo tirò verso di sé azionando il meccanismo e aprendo il passaggio.
    «Sei veramente uno sballo!» disse Luigi sputando un grumo di sangue scuro coagulato.
    «Dai Luigi, fai impressione.» gli disse Lina ridacchiando passandogli un fazzoletto che lui prese tamponandosi le labbra.
    Entrarono nel cunicolo e raggiunsero lo stesso bivio che avevano trovato i loro ex aguzzini solo un’ora prima. Le cose ormai erano diametralmente opposte. Le prede si erano scambiate il ruolo con i predatori e adesso stavano dando la caccia a quegli stessi ragazzi che avevano considerato amici, per cui avevano avuto cotte e che avevano tradito la loro fiducia uccidendoli senza mostrare alcun tipo di pietà.
    «Dividiamoci.» disse subito Rebecca. Non avevano più alcuna paura di camminare da soli per i corridoi di quel castello, Kadreal li aveva guariti dalla paura del dolore, dal terrore dell’oblio, dalla minaccia della morte. Aveva insegnato loro che la vita era solo un’illusione, esisteva solo l’energia e finalmente avevano compreso l’imperfezione intrinseca dell’esistenza e sentivano che l’Antico li aveva resi liberi. Una libertà assoluta che deriva solo dalla consapevolezza ultima.
    I quattro annuirono e si divisero, Amanda entrò nella stanza della signora, Lina scese le scale andando verso il salone e Luigi e Rebecca iniziarono a salire.
    I due ragazzi arrivarono alla fine delle scale e aprirono la porta trovandosi negli alloggi della servitù del castello. Il piano era messo piuttosto male e in molti punti cadeva l’acqua piovana da numerose aperture nel soffitto. Luigi richiuse la porta dietro di sé e spostò un letto mettendocelo davanti, forse non avrebbe impedito ai ragazzi di accedere nuovamente al passaggio, ma se fossero arrivati da dentro non sarebbero riusciti ad aprire la porta. Inoltre, se avessero provato a spostare il letto per passare, avrebbero fatto molto rumore rilevando la loro posizione.
    I cinque punk avevano sentito i due arrivare e si erano nascosti in fretta. Stavano trattenendo il respiro e non osavano muovere un solo muscolo, se li avessero scoperti sarebbero stati spacciati.
    «Luigi, vai da quella parte, controlliamo il perimetro e poi blocchi la porta mentre io controllo la stanza. Ci sono molti posti in cui nascondersi, ma non ci sono problemi.» disse Rebecca a voce alta con un sorriso. «Kadreal li vuole morti, non ha detto come. Ci basterà distruggere tutto quello che ci troveremo davanti.»
    Caterina lanciò un’occhiata a Giulio che fece di no con la testa, ma tutti sapevano che se i due avessero fatto come aveva appena suggerito Rebecca, i ragazzi non avrebbero avuto scampo. Dovevano trovare una soluzione e anche alla svelta. Caterina si stava tormentando le mani e stringeva i denti cercando di non fare rumore, ma sentiva l’ansia che le premeva sul petto, il cuore le batteva all’impazzata e le gocce di sudore che le cadevano dalla fronte fermandosi alle sopracciglia avevano iniziato a darle fastidio. I passi dei due mostri risuonavano nella stanza e le arrivavano alle orecchie rimbombandole nel cervello, era come una mareggiata all’interno della sua testa che le impediva di pensare con lucidità, la paura le stava impedendo di respirare e sentiva il bisogno fisico di fuggire via. Non voleva rimanere in trappola e morire come un topo. Probabilmente sarebbero morti in maniera orribile, ma non poteva certo rimanere ferma ad aspettare che succedesse. Guardò suo cugino con gli occhi pieni di lacrime e Riccardo capì cosa avesse in mente, ma troppo tardi per poter fare qualcosa.
    La ragazza si alzò di scatto e iniziò a correre verso la porta, non erano troppo distanti e sperava di poterla raggiungere prima che gli zombie si accorgessero di lei, o che riuscissero a prenderla. In quel modo li avrebbe anche distratti e avrebbe permesso ai suoi amici di scappare.
    Rebecca aveva previsto quella reazione e sorrise facendo un cenno a Luigi che prese a corsa verso la porta da destra per sbarrare la strada alla fuggitiva. Saltò sopra un vecchio comodino e si avventò contro la povera giovane che gridò forte appena sentì le mani di Luigi che l’afferravano alle spalle. I due caddero sul pavimento e il ragazzo inchiodò Caterina a terra, aveva una presa ferrea e la giovane sentiva di non poterlo contrastare in nessun modo. Gridò mentre Luigi si metteva cavalcioni su di lei tenendole le braccia ferme. Il suo scopo era di farla urlare per costringere gli altri a uscire allo scoperto, se ci fosse stato qualcuno dei suoi amici in quella stanza, probabilmente sarebbe accorso in suo aiuto. Era un’esca. Un’esca che urlava forte e si dimenava. Un’esca viva, per ora. Le strinse i polsi piegandole le mani di lato arrivando a fratturarle l’osso e la fece gridare più forte.
    Mattia stava trattenendo Riccardo con forza, ma il ragazzo non poteva rimanere fermo a sentire la cugina mentre veniva torturata. Sapeva che lo avrebbero ucciso con tutta probabilità, ma se fosse restato nascosto, non se lo sarebbe mai più perdonato. Tirò una gomitata all’amico colpendolo all’addome e riuscì a liberarsi dalla presa. SI alzò in piedi e corse contro Luigi, il suo scatto fu più veloce di quanto Rebecca avesse previsto e la ragazza non riuscì a catturarlo. Riccardo raggiuse lo zombie che stava sopra alla cugina e gli saltò contro urlando, rotolarono in terra e Caterina si alzò velocemente in lacrime, poteva scendere le scale, ma preferì andare dai due che ancora non si erano fermati e tirò un calcio al viso di Luigi riuscendo ad allontanarlo. Si teneva il braccio sinistro vicino al corpo e aiutò il cugino a rimettersi in piedi.
    «Scappiamo da qui.»
    Da dietro li raggiunse Rebecca che tirò una spinta a Caterina mandandola in ginocchio e iniziò a ridere, sembrava un suono pericoloso, qualcosa di simile al sibilo di un serpente che regalò la pelle d’oca a tutti i ragazzi nella stanza. Riccardo si mosse velocemente e tirò un gancio alla ragazza minuta con tutta la sua forza, la prese in faccia, ma riuscì solo a romperle un labbro. Rimase immobile, mentre lei si tamponava la ferita con il dito, poi cercò di colpirla ancora, ma Rebecca gli afferrò il braccio con la mano destra e avvicinò il giovane a sé tenendolo fermo con un abbraccio.
    Quello era il momento perfetto per fuggire, Alina fece un cenno ai suoi compagni e si alzò andando verso il passaggio segreto. Mattia guardò Giulio che non riusciva a credere che Alina stesse abbandonando Riccardo e Caterina senza alcun rimorso.
    «Non possiamo andarcene così. Dobbiamo restare uniti.»
    «Sono spacciati amico.»
    «Non ancora. Possiamo ancora aiutarli.»
    «Alina sta spostando il letto. Se aiutiamo lei potremmo riuscire a scappare mentre quei due mostri sono ancora impegnati.»
    «Sono impegnati a fare a pezzi i nostri amici.»
    «Se lo sono scelti loro.»
    «Fai come vuoi, ma sappi che io non lascerei nessuno di voi.»
    Giulio si alzò e raccolse da terra un’asta di metallo che era servita a tenere una tenda per provare a dividere i vari letti della servitù. La fece roteare in aria e camminò verso il centro dell’azione. Mattia era rimasto nel loro nascondiglio e lanciava sguardi a destra e a sinistra. Da una parte c’era Alina che stava sfruttando la situazione per andarsene, dall’altra il suo migliore amico che si sarebbe fatto uccidere come un idiota.
    «Cazzo Giulio. Ti odio.» disse scuotendo la testa mentre stringeva la sua mazza, si alzò in piedi e raggiunse l’amico maledicendosi mentalmente.
    Luigi si avvicinò a Caterina, ma la ragazza provò a reagire rapidamente, aveva preso il suo coltello di selce e tentò un veloce affondo. Il ragazzo si parò con la mano e la lama la trapassò rimanendo conficcata al centro del palmo. Luigi strinse le dita e disarmò la giovane che era rimasta con gli occhi sbarrati. Caterina non sapeva più cosa fare, ma non voleva assolutamente che quel mostro le si avvicinasse, aveva ancora il braccio sinistro contro il corpo, sentiva il polso che le pulsava dal dolore della frattura e si sbilanciò per colpire lo zombie con un pugno destro. Luigi la prese e si spostò mettendosi al suo lato, le pose una mano dietro al gomito e chiuse gli occhi, prese un profondo respiro e poi fece uno scatto netto spingendo forte. La ragazza provò un dolore acutissimo che non aveva mai neppure creduto possibile, l’osso del gomito le era spuntato dalla carne e quando cadde in terra, si appoggiò di peso al polso fratturato senza nemmeno accorgersene.
    «No, vi prego. Lasciatela stare, non fatele del male.» supplicò Riccardo che non poteva muoversi, Rebecca lo teneva immobile in modo che dovesse vedere la scena.
    «Non avete avuto molta pietà di noi quando è stato il nostro momento. Perché dovremmo mostrarvene qualcuna adesso?» gli sussurrò Rebecca all’orecchio.
    Luigi prese Caterina per il collo e la costrinse ad alzarsi, la ragazza stava piangendo, non riusciva nemmeno a riprendere fiato e l’unica cosa a cui era capace di pensare era il dolore che aveva riempito il suo mondo. Ogni movimento era un’agonia e improvvisamente fu troppo. Appena il ragazzo la sollevò, lei dette di stomaco facendo ridere di gusto i due mostri. Stava per svenire, ma non andava bene, quindi Luigi le piegò il braccio rotto dandole una nuova scarica di dolore che la riportò con i piedi per terra.
    «Non puoi svenire adesso.» disse lui sbiascicando le parole nel tentativo di superare le grida della ragazza. «Così ti perderesti tutta la parte migliore.» la fece voltare e si passò quello che restava della lingua sul labbro inferiore. Era ridotto a un macabro moncherino pallido con il bordo pieno di grumi di sangue coagulato diventato ormai marrone. Le labbra e il mento ne erano intrisi ma i suoi denti erano bianchissimi e sembravano brillare al buio.
    «Credo che sia stato un vero peccato che la bottiglia non ci abbia mai fatto baciare.» disse il ragazzo con un sorriso sadico e una luce negli occhi che toglieva ogni speranza alla ragazza. «Per fortuna è una cosa a cui possiamo rimediare senza troppa difficoltà.»
    «Ti prego, no.» disse Caterina.
    Luigi le fece l’occhiolino e poi spinse sulle sue labbra baciandola, stando attento a far passare la lingua mozzata sulla sua. Doveva sentire quello che gli avevano fatto e la tenne ferma impedendole di allontanarsi, dopo qualche secondo si staccò e le sorrise.
    «Non è stato male dai.» la ragazza stava piangendo e si ritrovò a sputare pezzi di carne e grumi di sangue marroni scuro, aveva i conati di vomito e Luigi cominciò a ridere. «Beh, almeno non per me.»
    Da dietro sentirono il rumore del letto che veniva spinto e Rebecca si voltò vedendo Giulio e Mattia che si stavano avvicinando.
    «Volete fare gli eroi? Mi sembra giusto, ma devo ammettere che sono un po’ sorpresa. Mi aspettavo che avreste fatto come Alina e vi sareste dileguati lasciandoci massacrare questi pezzi di merda fumanti.»
    «Lascia andare Riccardo.» le intimò Giulio alzando l’asta.
    «Bastava chiederlo “per favore”.» lasciò la presa sul ragazzo facendo mezzo passo indietro e gli tirò un calcio frontale alla schiena spingendolo con violenza verso i suoi amici. I due furono colti alla sprovvista e Rebecca corse in avanti mettendosi tra loro. Colpì Mattia al viso con un pugno e lo mandò a terra, poi si voltò verso Giulio, ma lui si era ripreso prima e riuscì a schivare il suo attacco. Usò lo slancio per alzare l’asta e la prese sotto al mento. Il colpo la sbilanciò e gli dette l’opportunità di colpirla ancora. Fece roteare in aria la sua arma colpendola con forza.
    «I tuoi amici sono venuti a salarti, puoi consolarti con questo pensiero, ma purtroppo, Caterina, ormai è giunto il momento per te di morire.»
    «Non lo fare. Ti prego Luigi.»
    «Hai colpito a morte Amanda. Una ragazza buona che non aveva mai fatto male nemmeno a una mosca. Le hai fracassato il cranio e le hai aperto lo sterno per prenderle il cuore. Le hai messo una mano dentro il corpo.» ringhiò il mostro.
    «Lo abbiamo fatto per il bene di tutti, per un mondo migliore. Avevamo migliori intenzioni.»
    «La strada dell’inferno è lastricata delle migliori intenzioni, Caterina.»
    «Non voglio morire.»
    «Nessuno di noi lo voleva.»
    Con un gesto molto lento le dette un ultimo bacio sulla fronte, non ci fu alcuna malizia o cattiveria in quel gesto, fu un tocco delicato e quasi fraterno. Poi, senza alcun preavviso, le tirò un colpo al ventre usando tutta la forza che aveva. Riuscì a lacerare la carne e le ossa e raggiunse subito il cuore della ragazza che non fu in grado nemmeno di emettere il più leggero dei suoni. Un rivolo di sangue le colò dalla bocca mentre un’ultima lacrima le arrivò al mento e Luigi si avvicinò stringendole il cuore stando attento a non ferire l’organo. «Va tutto bene. Non devi vergognarti di piangere. Per quello che vale, sappi che io ti perdono Caterina.» detta quella frase, tirò e strappò il cuore della poverina uccidendola sul colpo. Aveva il braccio coperto di sangue e l’organo impiegò quasi un secondo per fermarsi del tutto, lasciò cadere a terra sia la giovane che il suo cuore e guardò il cadavere della ragazza che si accasciava sul pavimento al centro della pozza rossa che si stava allargando. Riccardo guardò con gli occhi sbarrati il corpo di Caterina che si accasciava senza vita. Il suono, sordo e viscido al tempo stesso, gli dette la nausea e fu come se il tempo si fermasse. Provò la stessa sensazione che avevano fatto provare ai cinque nerd che avevano sacrificato, la sensazione in cui niente sembra avere senso, quando il cervello cerca qualsiasi altra spiegazione per non accettare una realtà tanto orribile. La sua amata Caterina non c’era più. Era morta e non l’avrebbe mai più sentita ridere alle sue battute, non gli sarebbe più salita sulle spalle per farsi portare in giro, non l’avrebbe mai più coinvolto in giochi infantili.
    «No. Caterina!» l’urlo di Riccardo era pieno di dolore e voleva solo raggiungere la cugina, ma ormai era troppo tardi. Giulio usò la sua asta per infilzare Rebecca e la spinse via. Quel mostro non sembrò essere troppo infastidita dal pezzo di metallo che la trapassava al fianco da parte a parte, quindi Giulio chiuse gli occhi e provò a concentrarsi. Kadreal aveva ridato la vita ai quattro ragazzi sfruttando l’energia e anche lui sapeva qualche trucco. Respirò profondamente e cercò di capire come sfruttare quella di Rebecca. Era come un faro nel buio, una fonte incredibilmente potente e non sapeva se sarebbe riuscito a farcela, ma doveva provarci. Allargò le braccia e cominciò a nutrirsi di quella luce dorata che splendeva in maniera abbagliante. Rebecca rimase immobile e cadde in terra mentre Giulio si sentì girare la testa, vide che lo zombie si stava riprendendo in fretta, ma aveva guadagnato qualche secondo prezioso. Afferrò il suo amico e lo tirò via.
    «Mattia. Dobbiamo scappare di qui.»
    Il ragazzo corse superando Giulio e Riccardo e colpì al volto Luigi con la mazza. Si erano aperti la strada per la porta e i tre iniziarono a scendere le scale.
    Luigi si rialzò e andò dalla sorella. Le sfilò l’asta di metallo e le porse la mano.
    «Meno uno.»

    13



    Alina stava scendendo i gradini di pietra con la paura di trovarsi davanti uno di quei fottutissimi mostri. Aveva perso il controllo della situazione, in maniera drammatica per giunta. Non sapeva come risolvere la cosa, ma non aveva certo intenzione di farsi massacrare senza combattere. Quando avevano studiato il rito con Giulio avevano scoperto che l’unico punto debole di Kadreal era il fuoco. Era un elementale del ghiaccio siderale e il fuoco e la luce delle stelle era l’unica cosa in grado di indebolirlo. Come aveva detto lui stesso, il rito che lo aveva richiamato in quel piano di esistenza non gli aveva dato tutta la sua energia, quindi Alina aveva pensato di poterlo colpire con il fuoco. Sperava che così facendo i suoi mostruosi minions tornassero nel mondo dei morti dal quale erano stati risucchiati. Le piaceva fare la figura della stronza sociopatica, ma la realtà era che le uniche persone a cui le teneva veramente, erano in quel castello e aveva capito subito che non avrebbe mai potuto aiutarle affrontando Rebecca e Luigi in quella soffitta. Continuò ad ancheggiare scendendo lentamente i gradini, i suoi tacchi facevano troppo rumore, ma si costrinse a ignorarlo. Per più di un anno aveva considerato quelle mura come casa sua, si era sentita a suo agio e protetta all’interno di quel castello semidiroccato, ma in quel momento era come se fosse in terra straniera, sapeva che il pericolo poteva venire da ogni direzione e aveva i nervi tesi. Le sembrava quasi di non riconoscere più niente lì dentro, anche l’aria stessa le era ostile, ma non poteva arrendersi. Kadreal li considerava deboli, ma lei non lo era. Per tutta la vita aveva dovuto combattere, contro suo padre che si ubriacava abusando di lei, contro la sua stessa gente che l’aveva sempre considerata strana, contro chi l’aveva trattata con diffidenza quando arrivò in Italia. No, non si sarebbe messa a piangere come una bambina. Aveva sempre dovuto combattere e questo l’aveva resa forte, probabilmente sarebbe morta, ma non se ne sarebbe andata senza combattere.
    Aburius le aveva insegnato a sfruttare l’energia che aveva intorno, sapeva come modellarla per giocare con i suoni. Aveva imparato a sfruttare tutto quello che trovava per valorizzare i suoi punti di forza, Kadreal non era un ragazzino in piena pubertà che sbavava dietro al suo corpo perfetto, ma sapeva che se avesse giocato con la sua superbia, sarebbe riuscita a distrarlo abbastanza da mettere in atto il suo piano. In biblioteca avevano lasciato ancora tutti gli alcolici che avevano portato nei mesi, il mobiletto era pieno e lei aveva intenzione di sfruttarli per attaccare l’Antico con il fuoco, probabilmente era una cosa disperata, ma non aveva piani migliori. L’energia aveva ricominciato a fluire in quel castello, dopo l’evocazione c’era voluto un po’, ma i flussi erano ritornati. Alina li poteva avvertire e vedere, proprio come Giulio decise di sfruttarla contro i suoi nemici.
    Chiuse gli occhi mentre camminava e la sentì nella testa, era come una droga dorata che riusciva a mandarla in estasi ogni volta che voleva, non aveva bisogno di pensarci troppo, le bastava lasciare che quel flusso turbinante l’attraversasse come un fiume in piena. Le prime volte era stato difficile e disarmante perché non aveva alcuna idea di come controllarla, ma dopo un anno di allenamento era riuscita a incanalarla nel modo che le desse più vantaggi. Stava per uscire quando sentì una fitta alla testa e capì che uno dei suoi amici era morto. Una lacrima le cadde dall’occhio portandosi dietro l’eyeliner che fece una lunga riga nera sulla guancia pallida. Un ruggito di rabbia le si formò nel petto, ma lei non gli dette libero sfogo, al contrario utilizzò quella potenza per aiutarla nel suo piano.
    Riuscì a fare una sorta di velo con l’energia in modo da essere nascosta agli occhi degli altri, Kadreal sarebbe stato in grado di vederla subito, ma i suoi zombie no. Infatti appena raggiunse la fine delle scale si ritrovò davanti Lina che stava cercando di decidere dove andare. Era scesa poco prima quando si erano divisi e la porta del passaggio era ancora aperta. Alina le passò a pochi centimetri di distanza senza che lei se ne accorgesse. Prese una torcia di metallo che era attaccata a una delle enormi colonne di marmo e sorrise. Chiuse gli occhi pensando alla fitta che aveva sentito poco prima e rilasciò finalmente tutto il furore che aveva dentro. Sfruttò il flusso di energia mettendolo in quel colpo e sferrò il suo attacco contro la zombie ignara.
    «Vaffanculo puttana di una zombie.» sibilò colpendo Lina con una forza incredibile. La ragazza finì all’interno del passaggio segreto rompendo alcuni scalini di pietra e Alina corse alla leva che apriva il passaggio dall’interno. Ci mise la torcia facendo leva e tirò con tutte le sue forze per rompere il meccanismo. Appena lo sentì cedere, girò su se stessa uscendo prima che la porta si chiudesse. Lina si era ripresa e provò ad alzarsi, ma la porta si serrò e l’ultima cosa che vide fu il volto di Alina che le soffiava un bacio.
    «Cazzo.» imprecò cercando di mantenere l’equilibrio dopo che aveva messo un piede su una maceria di roccia degli scalini.
    Alina si voltò e si diresse verso il centro del salone dove ancora era imprigionato l’Antico, aveva paura, ma questo non l’avrebbe fermata, aveva un piano ed era determinata a portarlo avanti. Non sapeva quanto tempo avesse prima che gli zombie la trovassero, forse Lina sarebbe riuscita a sfondare la porta del passaggio, ma anche se avesse dovuto fare il giro, in pochi minuti, sarebbe arrivata da lei, magari anche in compagnia.
    «Chi c’è?»
    «Sono Alina.» la giovane modulò la voce per farla arrivare da ogni direzione, voleva dare al suono un peso reale, ma niente che sembrasse veramente aggressivo. Aveva bisogno di colpire quell’essere nel suo ego. Costringerlo a farle vedere quanto fosse più forte di lei era il modo più veloce. Doveva riuscire a fargli credere di essere talmente superiore da non doversi preoccupare di quello che stava facendo, doveva portarlo a sottovalutarla abbastanza da darle la possibilità di fare effettivamente qualcosa. Kadreal non era un avversario che poteva nemmeno lontanamente sperare di poter fronteggiare, ma se avesse abbassato abbastanza la guardia, probabilmente sarebbe riuscita quantomeno a rallentarlo. E il tempo era il loro alleato più prezioso. Per quanto l’Antico fosse onnipotente, esistevano delle cose a cui perfino lui doveva sottostare.
    Il corpo di Antonio si stava deteriorando velocemente, la razza umana non era stata pensata per poter sopportare la potenza di un Antico a lungo, il suo viso presentava numerose ferite secche che brillavano di un blu acceso. I suoi capelli stavano cadendo Alina rimase ferma con la bocca aperta quando lo vide sorridere quasi senza denti.
    «Sai fare dei bei giochetti con il suono, sono impressionato che abbiate imparato tutto questo senza avere la capacità nemmeno di comprendere quello che ho lasciato nella caverna.» Kadreal notò che la ragazza rimaneva in silenzio e capì che era sconvolta dal suo stato. «Ti chiedo di perdonarmi, ho paura che il buon Antonio non resterà ancora a lungo così carino. Appena sarete morti potrò tornare alla mia vera forma, questo...abito mi sta troppo stretto.»
    Era seduto in terra con le gambe incrociate in stile indiano, sembrava immobile come una statua inanimata e se non lo avesse visto parlare, avrebbe giurato che non era qualcosa di vivo.
    «Non ci sperare troppo, non riuscirai ad ucciderci tutti.»
    «Non so perché ma non sembri crederci nemmeno tu. Lo hai sentito che uno di voi è già caduto?» chiese Kadreal chiudendo gli occhi, fece un profondo respiro e piegò la testa di lato facendo scrocchiare il collo, strinse i pugni e sorrise ancora. «Temo che fosse la dolce Caterina. Che peccato, così dolce e ingenua.»
    Alina sentì la rabbia ribollirle nello stomaco e nel petto, era come un fuoco che le avviluppava il cuore rendendole difficile respirare e pensare. Sapeva che non poteva lasciarsi andare, non ancora, aveva bisogno che la credesse totalmente inerme. L’essere aveva sentito il picco di energia raggiunto dalla ragazza, ma vide anche come si stava sforzando di controllarsi, sentiva la sua paura e la cosa lo divertiva e disgustava al tempo stesso. Era sempre stato affascinato dalla vita, almeno tanto quanto ne era rimasto sempre deluso. Lui non avrebbe mai capito veramente cosa volesse dire avere una vita e poter rischiare di perderla, non sapeva cosa fosse la paura, il desiderio, il dolore, la gioia. Lui non era superiore a queste cose e le detestava, ma una parte di lui ne era attratto e incuriosito, quasi ossessionato. Guardò la ragazza e scosse la testa. Alina si stava muovendo in direzione della biblioteca continuando a tenere un occhio fisso sul mostro in mezzo alla stanza, non voleva fare lo stesso errore che aveva commesso Luigi quando era ancora in vita e di tanto in tanto dava uno sguardo dietro per controllare che non le stessero facendo un imboscata.
    «Che cosa stai facendo?» chiese Kadreal senza nemmeno anlzarsi. Le sue voci erano ancora più gravi e gutturali, il suono sembrava quasi un gorgoglio perché la gola di Antonio si stava sfaldando e le corde vocali si stavano lacerando.
    «Sono certa che nei libri di Aburius ci sia qualcosa che possa aiutarci contro quelle mostruosità che ci hai scatenato contro. Ricordo di aver letto alcuni passaggi molto interessanti.» la giovane alzava e abbassava lo sguardo in continuazione, voleva dare l’impressione di non avere il coraggio di reggere il peso degli occhi cobalto dell’Antico e lui ci cascò. Non aveva nessun motivo per pensare che Alina stesse cercando di imbrogliarlo. Nella sua mente un umano, un demone, una formica, un sasso erano tutti sullo stesso piano.
    «Interessante.» disse lui alzandosi finalmente in piedi come se avesse deciso che la ragazza fosse degna della sua attenzione. Aveva il volto deformato dalla decomposizione, ma Alina riconobbe un nuovo sorriso. «Quindi vuoi combattere nonostante sia ovvio che non puoi fare nulla. I sacrifici che ho riportato in vita sono molto al di sopra delle vostre possibilità.»
    «Devo provare.»
    «Vedi? Questo è il problema che vi dicevo della vita imperfetta che avete qui. Non sei stanca di questa situazione? La Paura che provi deriva dalla vita stessa, questa è una più che lampante dimostrazione di quanto sia sbagliato tutto fin dal principio.»
    Alina aprì la bocca per dire qualcosa, ma decise di non rispondere, balbettò qualcosa e poi corse in biblioteca accompagnata dalle risate scomposte del mostro.
    Entrò nella stanza e rimase per un secondo inebetita dai ricordi felici della festa di nemmeno tre ore prima. La felicità che c’era stata in quella stanza, l’eccitazione per il rito che stavano per fare era cambiata radicalmente nel peggiore dei modi. Probabilmente era la stessa cosa che avevano provato i cinque nerd che avevano sacrificato a Kadreal. Quella notte aveva visto il ribaltamento di due situazioni e il crollo di due modi opposti, ma legati tra loro.
    Scosse la testa per riprendersi e raggiunse velocemente il carrello degli alcolici chiudendo le ante. La bottiglia di Vodka che aveva aperto Giulio era ancora sopra il tavolino e la giovane l’afferrò. Si guardò attorno per cercare qualcosa con cui fare la miccia e sorrise vedendo il foulard che aveva portato Amanda, ne strappò un pezzatto e lo arrotolò infiandolo nel collo della bottiglia. Prima da un lato, poi dall’altro per impregnarlo di liquore.
    «Ok, questa è pronta.»
    Prese l’accendino e se lo mise nella tasca dietro dei pantaloni, appoggiò un libro a caso sopra il carrello, ci mise anche una ciotola di metallo e nascose la molotov che aveva appena fabbricato in modo che l’Antico non potesse vederla finché non fosse stato troppo tardi. Il suo cervello la stava pregando di togliere lo stemma dal muro e chiudersi dentro la biblioteca fino allo spuntare del sole, ma non poteva lasciare i suoi amici da soli, non poteva e non voleva.
    Sospirò cercando di rimandare giù il conato di vomito causato dall’ansia e spinse il carrello fuori dagli archi. Kadreal stava cercando di vedere a distanza cosa avesse, aveva un’espressione incuriosita e sorrideva come un bambino al circo. Di fianco c’era Lina e la ragazza si fermò stringendo il coltello di selce che aveva estratto appena l’aveva vista.
    «Non ti preoccupare Alina, la mia bellissima figliola non attaccherà. Voglio vedere cosa hai escogitato contro di lei.» Alina rimase immobile indecisa e Kadreal rise alzando la testa al soffitto. «Hai la mia parola che non ti farà niente per ora.»
    Dalle sue parole e dal linguaggio del corpo, Alina capì che l’Anitco aveva la guardia completamente abbassata, quindi quello era il suo momento, doveva agire subito e sperare di non aver preso un abbaglio altrimenti sarebbe morta velocemente. Portò il carrello vicino al pentacolo dove poteva raggiungere Antonio facendo finta di star fronteggiando la zombie e aprì il libro.
    «Sei così ridicola. Se penso a quanto ti amassi mi viene solo da vomitare.» la schernì Lina guardando Kadreal che annuì nella sua direzione. «Fai del tuo peggio, puttana.»
    Con un movimento lento prese la ciotola e si abbassò per far finta di prendere qualcosa da dentro il carrello, afferrò l’accendino e dette fuoco alla molotov.
    «Sai almeno cosa stai facendo?»
    Alina si rimise in piedi e sorrise, quel gesto prese in contropiede sia Lina che Kadreal che era sempre più incuriosito.
    «Sai qual è uno degli effetti della nostra imperfezione Kadreal?» chiese senza togliere lo sguardo dalla zombie.
    «Illuminami.»
    «Siamo talmente attaccati alla vita da poter fare veramente di tutto e questo ci rende imprevedibili.» velocemente si voltò verso Antonio e gli tirò la bottiglia facendola fracassare in terra a pochissimi centimetri dalle sue gambe. Il fuoco divampò subito e la lingua avvolse quel corpo iniziando a divorarlo. Alina chiuse gli occhi e ricercò tutta l’energia che aveva accumulato, tutta quella che era presente nella stanza e la concentrò nelle fiamme che avevano aviluppato l’Antico. Aprì gli occhi e la rilasciò completamente alimentando l’incendio e Kadreal iniziò a urlare. Fu un suono fortissimo che fece tremare tutto il castello dalle fondamenta, una profonda frattura ruppe il pavimento del salone arrivando fino alla parete e le finestre esplosero. Alina non perse tempo e gli tirò contro anche tutte le bottiglie di alcool che aveva a disposizione.
    Lina aveva iniziato a gridare insieme a Kadreal e tutti quei mostruosi zombie erano andati fuorigioco.
    Appena ebbe terminato le bottiglie, la ragazza non seppe più cosa fare, sapeva di non poter permettere alle fiamme di spegnersi, quindi riprese a cercare di alimentarle lei stessa. Fece un passo indietro e chiuse gli occhi respirando profondamente, purtroppo nella stanza non era rimasta molta energia che potesse sfruttare, l’aveva usata tutta per ferire l’Antico con la prima esplosione e non si era ancora riformata. Sentiva che Lina ne era piena, ma lei non sapeva come attingere all’energia di un altro essere, quella era una specialità di Giulio. Provò ad usare la sua per non far spegnere le fiamme e fu in grado di alimentare il rogo per quasi dieci minuti, ma alla fine Kadreal riuscì a estinguere le fiamme. Con un gesto teatrale spense il fuoco e congelò le ultime lingue che si alzavano dal pavimento e che furono trasformate in splendide stalagmiti sinuose.
    L’Antico aveva il fiatone, ma cercò comunque la forza di sorridere. Il viso sfigurato di Antonio era stato mangiato dal fuoco e solo una parte presentava ancora pelle, il lato sinistro era quasi completamente scomparso e l’osso biancheggiava sul poco tessuto annerito ancora rimasto. Il suo occhio era esploso per il calore e l’umor vitreo era ancora sul mento facendolo brillare alla luce fredda delle fiamme nere.
    «Che piccola streghetta.» disse mentre Alina cercava di riprendersi dallo sforzo. «Sei stata scaltra e molto più furba di quanto ti credessi. Sono colpito.» fece un cenno a Lina che si rialzò a fatica portando il suo sguardo su Alina, aveva gli occhi che erano ridotti a due fessure fiammeggianti d’odio. Avevano sottovalutato quella ragazza, ma non sarebbe più successo. Dovevano ucciderla e dovevano farlo in fretta, quel suo giochetto aveva fatto perdere loro del tempo prezioso.
    Alina spinse il carrello contro la zombie e corse verso gli archi della biblioteca, non sarebbe mai potuta sopravvivere a uno scontro fisico contro quel mostro, soprattuto non dopo lo sforzo che aveva fatto per tenere bloccato Kadreal. Purtroppo non riusciva a correre velocemente e Lina la raggiunse in pochi secondi, l’afferrò dalla spalla e la tirò indietro mandandola in terra e facendola rotolare sul pavimento per parecchi metri. Camminò con un sorriso per raggiungerla, ma prima che potesse arrivare da lei, dal buio uscì Mattia che la colpì al viso con violenza, Giulio dette una mano ad Alina per farla rialzare e Riccardo si unì a loro brandendo un candelabro come se fosse stato l’arma più micidiale di questo mondo.
    Lina non sapeva se potesse avere la meglio su tutti e quattro, ma non le importava. Non le interessava fallire o vincere, non le importava vivere o morire. Voleva solo eseguire gli ordini di Kadreal finché le fosse stato possibile. Nient’altro.
    Si alzò e parò il compo di Mattia afferrandogli al volo la mazza e strattonando. Il ragazzo non era preparato e si sbilanciò in avanti per prendere un manrovescio della zombie in pieno volto. Cadde disarmato e Lina gli tirò un calcio al ventre facendolo strisciare sul pavimento contro i suoi compagni che persero l’equilibrio. Iniziò a correre e saltò per colpire Riccardo che era il più vicino, ma Giulio si accovacciò e tirò giù anche il suo amico facendo andare a vuoto l’attacco del mostro.
    Mattia si rialzò pronto a rimettersi in gioco, ma da dietro arrivò Amanda che lo spinse in avanti ributtandolo in terra, Giulio la vide e tirò il suo amico per cercare di farlo mettere in piedi. Dovevano vedere di andarsene di lì o ci avrebbero lasciato la pelle.
    Riccardo si ritrovò un po’ più lontano dalla confusione e si guardò attorno con gli occhi pieni di lacrime. Era ancora sconvolto per la scomparsa di sua cugina e sapeva solo di voler andare a casa, voleva mettersi sotto le coperte e far finta che quella storia orribile non fosse mai successa. Il suo sguardo si posò sugli archi della biblioteca e ripensò alle parole di Alina quando aveva parlato di barricarsi all’interno fino al sorgere del sole. In quel momento le due zombie erano impegnate con i suoi amici e il ragazzo vide una via di fuga. Si alzò cercando di correre e i piedi gli scivolarono sul liscio pavimento per due o tre volte, alla fine riuscì a trovare attrito e scappò verso la stanza. Afferrò uno degli stemmi e lo staccò dal muro e appena sentì le pareti muoversi, corse all’interno portandosi lo stemma con sè. Gli archi si stavano chiudendo e il giovane lanciò un’ultima occhiata al salone incontrando gli sguardi dei suoi amici.
    Li aveva traditi e li stava abbandonando alla loro morte. Ma non era in grado di affrontare nient’altro. Voleva solo mettersi a terra e aspettare che sorgesse il sole per poter andare via da lì.
    Alina fissò Riccardo mentre correva verso la biblioteca e fece di no con la testa. Lo vide entrare e lo fissò negli occhi mentre gli archi si richiudevano lentamente.
    «Cazzo.» imprecò mettendosi a fianco dei suoi amici.
    «Cerchiamo di raggiungere le scale per andare al piano di sotto. Da lì proviamo ad uscire o ci nascondiamo in una delle torri.» sussurrò Giulio stando attento a non farsi sentire dai mostri che provavano a circondarli. Lina e Amanda si muovevano lentamente allargandosi per poterli colpire da due lati diametralmente opposti, camminavano come delle pantere che aspettavano solo il momento adatto per balzare contro le loro prede, e di fatto era così.
    «Dicci tu quando muoverci.» rispose Mattia preparandosi a scattare in avanti. Dovevano correre velocemente, una volta partiti non avrebbero potuto fermarsi, quindi se uno di loro fosse stato preso, sarebbe stato spacciato. Giulio stava aspettando che i due mostri fossero il più lontano possibile e appena le vide fermarsi, capì che era il loro momento.
    «Ora.» gridò iniziando a correre insieme ai suoi amici. Tutti e tre partirono andando in avanti e dirigendosi verso le scale, Lina e Amanda furono colte di sorpresa e non reagirono con la stessa velocità permettendo al trio di guadagnare metri preziosi, quando cominciarono a scendere i gradini, arrivarono anche Rebecca e Luigi che avevano perso tempo setacciando il piano superiore per essere sicuri di non tralasciare niente. Stavano per mettersi all’inseguimento quando Amanda li fermò.
    «Aspettate, Riccardo si è barricato all’interno della biblioteca. Non sappiamo che entrare.»
    Rebecca guardò alle spalle dell’amica e sorrise.
    «A lui ci penso io. Voi andate dietro agli altri.»

    Edited by Annatar - 26/1/2019, 21:43
     
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